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La mer, la fin...

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lunedì 4 maggio 2009

Guerra. Tre anni fa.

Pubblichiamo questo documento (una parte) tratto dal sito dell'associazione per i popoli minacciati e risalente a quasi tre anni fa. E' una voce tra le tante di chi lavora per la pace là dove tutto sembra sempre uguale e senza speranza.
mv

Viaggio in Afghanistan dal 18 agosto all'11 settembre 2006


Di Evelina Colavita

Bolzano, 18 settembre 2006
Il susseguirsi di brutte notizie dall'Afghanistan quest'anno è un pessimo auspicio per il mio viaggio. Come farò a monitorare tutti i progetti? Al mio arrivo a Kabul infatti vengo a sapere che la valle di Maidanshahr nella provincia di Wardak è inaccessibile per via di posti di blocco da parte di pashtun insorti. A Kabul è in corso una conferenza dei governatori di tutte le province afghane, alcuni governatori sono membri del partito di Gulbuddin Hekmatyar, un uomo accusato di terrorismo e ricercato dalle autorità afghane e straniere, temuto dagli afghani. Le cose non vanno per nulla bene.
Da marzo 2006 ad oggi più di 200 scuole sono state date alle fiamme. Un vero e proprio bollettino di guerra. Il governo è quasi monoetnico pashtun, Karzai sta riarmando i signori della guerra, nel nord si combattono il potente uzbeco Dostum e il suo luogotenente Malik. Il 9 settembre si commemora la morte di Ahmad Shah Massud, potente signore della guerra tadjiko rimasto vittima di un attentato pochi giorni prima dell'11 settembre 2001. A cinque anni dalla loro vittoria sui taleban i tadjiki hanno perso il loro potere politico e i palazzi di Kabul sono in mano ai soliti personaggi, le stesse persone che hanno dato inizio alla guerra tra i Mudjaheddin negli anni '90 e che hanno distrutto gran parte di Kabul.
Per arrivare a Bamyan, la mia prima tappa, devo far un percorso di 9 ore su strada sterrata invece delle solite sei. Durante il tragitto nella valle di Qurban sono pesantemente velata. Arrivati ai piedi del passo Shibar iniziano gli insediamenti Hazara. Gli Hazara vivono in pace, vivono la loro dura vita di contadini di alta montagna nella speranza che questa volta loro non siano coinvolti nelle lotte di potere dei clan pashtun e dei fondamentalisti sunniti. Qui non vengono incendiate le scuole e i maestri non vengono malmenati e uccisi ma sono persone che godono di un grande rispetto nella loro comunità. I distretti di Shahristan e Jaghori sono quelli con un più alto tasso di scolarizzazione delle bambine in tutto il paese. Questa popolazione minoritaria, poverissima, sa bene sociale è la scolarizzazione. Con gioia vengo accolta ai corsi di alfabetizzazione e di diritti umani e delle donne, sparsi in case private e moschee su gran parte del territorio Hazara. Le scuole sono come sempre affollate e le cliniche assediate da pazienti arrivati da lontano a piedi o a dorso di asino.
La vita di queste persone è dura, una gelata improvvisa ha distrutto il raccolto di patate nel distretto di Nahoor nella provincia di Ghazni. Il raccolto del grano sta per terminare e i prati seminati a trifoglio vengono tagliati per aver foraggio in inverno per le mandrie di pecore, capre, mucche che quest'anno sono decisamente più numerose che in passato. Una volta finito il raccolto le case devono essere preparate per l'inverno. Le costruzione in mattoni crudi essere rinforzate ogni due anni altrimenti non resistono ai duri inverni di montagna. Tutto il territorio Hazara si trova ad una quota superiore ai 2500 metri. La vita qui è già abbastanza dura, anche senza la guerra. Mi aspetto che durante questo periodo di intenso lavoro agricolo le classi siano poco frequentate, perché ognuno deve dare il suo contributo per la sopravvivenza in inverno.
Invece le bambine e i bambini sono a scuola durante la loro mezza giornata di turno e le donne adulte sono ai corsi e anzi, ovunque mi presento, donne e uomini, maestre, studentesse, contadini mi chiedono più corsi e più scuole e chiaramente più ambulatori. Si rivolgono a me con tanta speranza che non mi rimane che abbassare lo sguardo, che da queste parti comunque dovrebbe sempre essere basso, ma io so che abbasso lo sguardo perché so che non potrò soddisfare tutte le loro richieste e che dovrò deludere le loro speranze. Dovrò essere convincente qui in Europa, spiegando che l'afgano normale, uomini, donne e bambini sognano una vita normale, di studio, lavoro e pace e che questi sogni vengono messi a repentaglio degli interessi dei potenti signori della guerra che difendono i loro interessi di coltivazione e smercio dell'oppio che quest'anno ha superato ogni precedente record. Infatti l'oppio è la maggiore entrata in Afghanistan dove non viene prodotto quasi nient'altro, a parte una marca di acqua minerale a Kabul e biscotti a Herat. Ogni cosa che si acquista in quel paese è importato dal Pakistan, Iran o Cina.
La produzione di oppio in Hazarajat è minima, ho contato non più di 5 campi di oppio su un percorso di 2238 km attraverso 6 province. La povertà della popolazione testimonia questo fatto. Le alte valli non sono adatte alla coltivazione dell'oppio e nelle nostre strutture si trovano ovunque avvisi contro la coltivazione e il consumo di oppio. Non bisogna dimenticare che la popolazione afgana per prima paga le spese di questo incremento della coltivazione dell'oppio, tanti afgani ne fanno uso per uscire da questa vita di disperazione e povertà.

Guerra. Ai bambini.

2009-05-04 09:00 ANSA

AFGHANISTAN, DUE INDAGINI PER L'INCIDENTE DI HERAT
(dell'inviato Vincenzo Sinapi)

HERAT - Una ragazzina afghana di 13 anni è morta dopo che l'auto su cui viaggiava, una Toyota Corolla station wagon, "come quelle usate dai kamikaze", è stata centrata da uno o più colpi d'arma da fuoco sparati da un militare italiano. E' successo alle porte di Herat, nell'ovest, quando in Afghanistan erano le 11 (le 8.30 in Italia) ed erano appena atterrati alcuni parlamentari italiani che di lì a poco avrebbero posato la prima pietra di una casa d'accoglienza annessa all'ospedale pediatrico: un assurdo paradosso, nel giorno della tragica morte di una bambina. I suoi familiari accusano: "Pioveva e la visibilità era pessima", dice lo zio, Ahmad Wali, 32 anni, che guidava la macchina. "D'un tratto ho visto delle luci davanti a noi ed è apparso un convoglio di soldati stranieri. Subito dopo ho visto che metà del volto di mia nipote non c'era più, che sua madre era ferita al petto e che il mio viso era sanguinante a causa di frammenti del parabrezza che era esploso". Anche Abdul Raouf Ahmadi, portavoce della polizia, punta l'indice: "I soldati stranieri hanno aperto il fuoco su una vettura civile (la Toyota Corolla, come quella in cui venne colpito mortalmente in Iraq Nicola Calipari, ndr), uccidendo una bambina e ferendo due persone tra cui una donna", ha detto. Il generale Rosario Castellano, comandante della Brigata Folgore e del contingente italiano ad Herat è però molto più cauto. E' lui a dare la notizia alla delegazione parlamentare. Tre mezzi degli Omlt, quelle squadre che si occupano dell'addestramento dell'esercito afghano, si stavano dirigendo lungo la Ring Road all'aeroporto di Herat, dove c'é il quartier generale del Regional Command West, a guida italiana: "A circa quattro chilometri di Camp Arena il convoglio ha avvistato una vettura civile che procedeva in senso opposto a forte velocità. I militari hanno attuato immediatamente tutte le procedure previste di allertamento: clacson, abbaglianti, anche un razzetto luminoso.

Poi sono stati esplosi dei colpi in aria, ma l'auto non si fermava né rallentava. E' stato quindi sparato a terra, al lato della vettura. Infine, quando era a meno di dieci metri un mitragliere ha aperto il fuoco sul vano motore. Sempre secondo le procedure, il convoglio militare ha proseguito senza fermarsi, avvisando poi la polizia afghana, che è intervenuta sul posto. Solo in un secondo momento abbiamo saputo che una bambina era morta e che gli altri occupanti della vettura erano rimasti feriti". Su come la ragazzina sia deceduta finora c'é solo il racconto dello zio: non è chiaro, in particolare, se sia stata colpita direttamente da uno dei colpi sparati dal mitragliere. Saranno due indagini, come conferma il maggiore Marco Amoriello, portavoce del contingente, ad accertare come sono andate le cose: la prima, della polizia locale; la seconda, della Procura militare di Roma, competente ad indagare su ogni fatto in cui sono coinvolti i militari italiani fuori area: un primo rapporto è già stato inviato a Roma dai carabinieri di stanza ad Herat. "Noi siamo i primi a volere che si indaghi fino in fondo per accertare eventuali responsabilità ed anche per capire se qualcosa non ha funzionato nelle procedure, in modo da evitare che simili fatti di ripetano", dice il generale Marco Bertolini, capo di stato maggiore della missione Isaf. Il generale Castellano, subito dopo l'incidente, ha voluto incontrare il governatore di Herat e nelle prossime ore vedrà i familiari della bambina, mentre al sindaco della città ha espresso "il rammarico e le condoglianze" del Parlamento italiano il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, capo della delegazione giunta oggi in Afghanistan: "Il segno del nostro impegno è rappresentato da questo ospedale - ha detto dopo aver posato la prima pietra della nuova struttura - e dalla sicurezza che contribuiamo a fornire al paese. E' un compito difficile, delicato, che a volte può purtroppo portare a tragici incidenti come quello di oggi". In Italia il ministro degli esteri Franco Frattini ha appreso con "profondo sgomento" la notizia del tragico incidente.

"L'impegno italiano in Afghanistan - ha detto - resta rivolto al ristabilire la stabilità e la sicurezza della regione a vantaggio del benessere della popolazione civile afghana". Il ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha espresso solidarietà e vicinanza alla famiglia della bambina, rilevando, che, in base alle prime informazioni, le regole d'ingaggio sarebbero state rispettate dalla pattuglia italiana. Sul fronte dell'opposizione è prudente Roberta Pinotti, senatrice responsabile Difesa del Pd. "In una mia recente visita ad Herat con una delegazione del Senato - dice - i responsabili politici del territorio avevano elogiato il comportamento del contingente italiano. Ci auguriamo che questo terribile incidente non incrini questi rapporti e che non si ripeta mai più ". Molto critica, invece, la sinistra comunista, in particolare il Prc. "Dobbiamo immediatamente far rientrare i nostri soldati anche per evitare episodi tragici come questi", dice il segretario del partito, Paolo Ferrero. E aggiunge: "La missione militare in Afghanistan è un fallimento totale, una missione solo di guerra che non ha risolto i problemi del Paese".