TANTI INTERESSI PRIVATI NON FANNO UNA CITTA'!

La mer, la fin...

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mercoledì 10 giugno 2009

Immigrazione. Come un uomo sulla Terra.


Ciao, sono Fabio Bracci di SpazioPubblico,
per lunedì sera alle 21.15 al caffè del teatro insieme ad altre sette associazioni (vedi intestazione dell'invito allegato) abbiamo organizzato la proiezione di 'Come un uomo sulla terra', film documentario su ciò che accade nei campi di detenzione libici (informazioni sul film si trovano qui http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/).
La serata si inserisce nell'ambito della campagna 'Io non respingo' (http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/io-non-respingo-campagna-nazionale-dal.html), che da oggi al 20 giugno (giornata internazionale del rifugiato) vedrà svolgersi diverse iniziative in tutta Italia.
Sarà presente Gabriele Del Grande, promotore di Fortresseurope ed autore di 'Mamadou va a morire', reportage sulle rotte dei migranti nel Mediterraneo e consulente giornalistico del film-documentario.

Africa. Do you remember Ken Saro-Wiwa?

Una vecchia storia che ci colpì molto all'inizio degli anni '90 e che torna di attualità per il riaccendersi della guerra del Delta. Ken Saro-Wiwa, rimane un simbolo della lotta per la rinascita dell'Africa e per la difesa dell'ambiente dallo sfruttamento criminale delle compagnie petrolifere.
mv

09/06/2009 da Green Report

La Shell costretta a risarcire le famiglie nigeriane per la violazione dei diritti umani
La Royal Dutch Shell ha finalmente accettato di risarcire con 15,5 milioni di dollari il popolo Ogoni come risarcimento delle cause intentate per le vittime e le esecuzioni sommarie nelle proteste degli anni ’90. Dopo 14 anni di vergognoso tira e molla il colosso petrolifero si è “arreso” alla District Court Usa di Manhattan, e Paul Hoffman, uno degli avvocati degli Ogoni spiega che tutto nasce dal fatto che «le famiglie delle vittime avevano portato i loro casi al Center for Constitutional Rights che ha sede a New York».
La Shell è stata condannata al risarcimento per le violazioni dei diritti umani nella regione del delta del Niger, comprese le violenze contro gli autonomisti Ogoni e l’impiccagione nel 1995 dello scrittore ed ambientalista Ken Saro-Wiwa (nella foto) e di altri 8 manifestanti contro la dittatura militare che all’epoca governava la Nigeria con il beneplacito e il sostegno delle multinazionali petrolifere.
«Siamo stati in lite giudiziaria con la Shell per 13 anni ed oggi alla fine, i nostri assistiti sono stati ricompensati per Ie violazioni dei diritti umani che hanno subito. Se avessimo tentato di vincere la causa penale, i ricorsi sarebbero andati avanti ancora per anni».
I casi erano: Wiwa ed altri contro Royal Dutch Shell; Wiwa ed altri contro Anderson e Wiwa contro Shell Petroleum Development Company of Nigeria Limited press l’U.S. District Court for the Southern District of New York (Manhattan).
5 milioni di dollari dei risarcimenti della Shell andranno ad un fondo di cui beneficerà il popolo Ogoni, il resto sarà diviso tra i risarcimenti alle famiglie delle vittime, le parcelle degli avvocati e le tasse.
Il direttore esecutivo della Shell per le prospezioni e la produzione, Malcolm Brinded, non rinuncia a difendere la multinazionale di fronte a questa ammissione monetaria di colpa: «La Shell continua a dire che le accuse erano false. Mentre eravamo pronti ad andare in tribunale per difendere il nostro buon nome, riteniamo che il modo giusto di procedere sia quello di concentrarsi sul futuro del popolo Ogoni, che è importante per la pace e la stabilità della regione. Questo atto riconosce inoltre che, anche la Shell non ha partecipato alla violenza che ha avuto luogo e che i ricorrenti ed altri hanno subito».
Le cause intentate contro la Shell sono state avviate in base al 1789 U.S. statute e all’Alien Tort Claims Act, che consentono a persone che non sono cittadini Usa di fare cause presso i tribunali statunitensi per violazioni dei diritti umani che avvengono all’estero.
Al di là delle ingarbugliate scuse della Shell, i risarcimenti sono stati dati espressamente per il sostegno dato dalla multinazionale alla cattura, turtura e uccisione di chi protestava per l’inquinamento del delta del Niger e delle acque causato dai suoi impianti petroliferio.
Gli Ogoni, capeggiati da Ken Saro-Wiwa che con i suoi scritti aveva portato le loro sofferenze all’attenzione internazionale, lottavano in maniera non violenta per una più equa redistribuzione delle ricchezze petrolifere nigeriane e contro i danni ambientali prodotti dalle multinazionali, per questo, con un processo considerato da tutti un’ignobile farsa, gli attivisti impiccati erano stati condannati dalla dittatura militare per omicidio.
La realtà è che le proteste guidate da Saro-Wiwa Shell nel 1993 avevano costretto la Shell ad abbandonare i suoi giacimenti petroliferi nell’Ogoniland, e militari e petrolieri non potevano permettere che l’esempio di questa piccola area si estendesse all’intero delta del Niger.
Il figlio di Wiwa, Ken Saro-Wiwa Jr., raggiunto a Londra dove vive da Reuters Africa, ha detto che la sentenza rappresenta una vendetta per la sua famiglia: «Abbiamo l’impressione di aver ottenuto già una vittoria. E’ un buon precedente che una corporation possa essere accusata per violazione dei diritti umani in una corte Usa».
La sentenza può davvero essere uno spartiacque giudiziario: fino ad oggi nessuna multinazionale era stata ritenuta responsabile di violazioni dei diritti umani da una giuria statunitense, ma pochi fino ad ora si sono rivolti per questo alla giustizia americana. La Shell è solo la seconda grande impresa petrolifera ad essere trascinata in tribunale a rispondere dei suoi maneggi con dittatori e regimi autoritari.
Nel dicembre 2008 la Shell èra stata assolta a San Francisco da una giuria federale da ogni accusa per un violento scontro di 10 anni fa accaduto su una piattaforma petrolifera off shore in Nigeria.
I calcoli della Shell nel delta del Niger si sono rivelati completamente sbagliati: credeva di soffocare la rivolta appoggiando i rapimenti, le torture e le esecuzioni dei pacifici ed ambientali ogoni e oggi si trova a fare i conti con la violenta lotta armata dei ribelli del Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend), in piena guerra con l’esercito nigeriano, i cui attacchi costano alla Royal Dutch Shell 40.000 barili di petrolio nigeriano al giorno e che questa settimana hanno distrutto il gasdotto Nembe creek trunkline, come ha ammesso lo stesso amministratore delegato della multinazionale, Jeroen van der Veer, che ieri ha festeggiato utili per 7,9 miliardi di dollari nel secondo trimestre.
La guerra nel Delta impedisce di riparare i sabotaggi e della situazione si sta avvantaggiando l’Angola, diventato il primo esportatore africano di petrolio.
La Shell è costretta anche a rafforzare le misure di sicurezza nelle sue piattaforme offshore dopo l’assalto armato ad un impianto a 75 miglia al largo della costa nigeriana nel suo campo petrolifero offshore di Bonga che ha costretto la multinazionale ad un ulteriore taglio di 200.000 barili al giorno.
«Abbiamo sempre pensato, a torto o a ragione, che così lontano un attacco fosse relativamente improbabile. Dopo quello che è successo, stiamo pensando a come possiamo proteggere meglio le nostre facilities con il governo e gli specialisti» ha detto ha detto van der Veer.
La guerra nigeriana sta costando cara alla Shell che nonostante sia ancora in più che ottima salute ha visto calare la sua produzione di 3.126 milioni di barili al giorno e di 3.178 milioni di dollari, compensati bene dal recente aumento del costo del petrolio e dalla precedente speculazione che ha gonfiato i suoi forzieri all’inverosimile con il petrolio a 147 al barile.
Attualmente però i guadagni della multinazionale vengono soprattutto dalla sua exploration and production division, con più 5,9 miliardi di dollari e 3,1 miliardi l´anno scorso, mentre il gruppo avrebbe visto calare i profitti per quanto riguarda i prodotti chimici e raffinati. Problemi anche con il crescente prezzo del gas

mercoledì 27 maggio 2009

Oltre il giardino. Africa, petrolio e indifferenza.

26/05/2009


Nigeria, la guerra dimenticata del petrolio del Delta

Secondo l’agenzia stampa dell’Onu Irin, migliaia di civili sono in fuga dai lori villaggi nel Delta del Niger, incalzati dalle Forze armate della Nigeria che il 13 maggio hanno lanciato un’offensiva senza precedenti contro i miliziani del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) e di altri gruppi ribelli. Gli abitanti del regno di Gbramatu, nello Stato del Delta, assicurano che i villaggi di Oporoza e di Okerenkoko sono stati fatti segno di mitragliamenti da parte di elicotteri dell’esercito nigeriano e Lucy Freeman, una militante nigeriana di Amnesty International, riferisce di aver visto nella zona almeno 100 morti.
I dati impressionanti di questa nuova guerra petrolifera sono confermati dalla Croce Rossa: almeno 1.000 persone hanno abbandonato Ogbe Ijoh, il capoluogo della regione autonoma di Warri-South e si sono rifugiati in scuole ed ospedali per sfuggire ai bombardamenti dell’esercito. Secondo altre testimonianze le persone costrette ad abbandonare le loro case sono oltre 3.000 ed Amnesty International dice che gli sfollati in tutta l’area sarebbero almeno 10.000.
La maggior parte dei profughi sono donne e bambini, gli uomini sono scomparsi, temendo di essere arrestati o uccisi dalle forze governative. Secondo Egbero Ococity, il rappresentate della Croce Rossa nigeriana a Ogbe Ijoh «Numerosi uomini si sono nascosti nella foresta, dove non hanno né acqua potabile, né viveri, né rifugio».
Il governo federale nigeriano ha inviato nel Delta una Forza di intervento speciale congiunta (Jtf) composta da esercito, marina ed aviazione e polizia, che ha lanciato un’offensiva senza recedenti contro le comunità delle regioni autonome di Warri-South e Warri-Southwest, accusate di sostenere i guerriglieri del Delta che avevano attaccato i soldati governativi.
Il Mend ha dichiarato “guerra aperta” alle forze armate lealiste ed ha confermato che la lotta non terminerà fino a quando le popolazioni locali non avranno una parte delle entrate petrolifere che secondo loro finiscono tutte al governo centrale di Abuja mentre il Delta sprofonda nella miseria. Intanto a pagare le conseguenze di questa strisciante guerriglia tramutatasi in Guerra petrolifera sono i civili: «Siamo molto preoccupati nel vedere che gli spettatori di questo conflitto sono stati uccisi, feriti o sfollati» dice la Freeman.
Gli abitanti dei villaggi denunciano una vera e propria caccia all’uomo da parte dell’esercito e di essere stati mitragliati mentre cercavano di fuggire con le loro barche dalla zona degli scontri che si svolgono nel reticolo di canali del Delta del Niger. Nessuna Ong può ancora avvicinarsi al teatro di guerra: «E’ troppo pericoloso. Non possiamo che aiutare le persone che riescono ad abbandonare la zona».
Intanto le fila dei profughi si ingrossano e le Ong e la National Emergency Management Agency cercano di distribuire aiuti alimentari, un rifugio e kit igienici alle popolazioni. Ococity spiega che la maggior parte dei profughi «Dormono per terra. Sono traumatizzati dagli attacchi e perché hanno dovuto sopravvivere tra le mangrovie mentre tentavano di scappare. Sul loro viso si vede la frustrazione. La fame li fa soffrire, la maggior parte di loro non ha da mangiare da almeno 4 giorni».
Le autorità locali filogovernative negano qualsiasi attacco da parte delle Forze speciali governative nigeriane e dicono che sono presi di mira solo i criminali e il colonnello Rabe Abubakar, portavoce dell’esercito federale, conferma: «Chiunque dirà che abbiamo attaccato una comunità, che dimostri di quale comunità parla. Noi conduciamo dei raid, conformemente alle nostre informazioni, nei nascondigli e nei depositi d’armi dei militanti. Si tratta in sostanza di assicurare la sicurezza nella regione. Noi non prendiamo di mira alcun gruppo, alcuna comunità, né alcun individuo. Noi prendiamo di mira I criminali responsabili di questi attacchi atroci, selvaggi e barbari».
Le eterne parole dei militari di ogni Paese davanti ad una ribellione violenta, fatta anche di sequestri, che ha avuto il difetto di alzare il tiro e di “disturbare” un po’ troppo le multinazionali petrolifere in tempo di calo del prezzo del greggio e mentre la Nigeria sta aprendosi al nuovo e lucroso mercato del gas. Alle parole legalitari dei militari non crede Amnesty International che vede nell’offensiva in corso «un inquietante cambiamento di direzione» da parte del governo. Solo pochi mesi fa si parlava di una possibile amnistia per gli oppositori politici e i guerriglieri del Mend, nel febbraio 2009, il governo del presidente nigeriano Umaru Yar’Adua aveva assicurato al Consiglio dei ditti dell’uomo dell’Onu che si sarebbe astenuto da ogni offensiva militare nella regione del Delta perché avrebbe nesso in pericolo la vita di numerosi innocenti.
Invece la guerra divampa nelle paludi del Delta e gli innocenti bruciano come sempre in questo ennesimo conflitto per il petrolio, dimenticati dal mondo, ad un passo dagli impianti petroliferi italiani e degli altri Paesi del libero occidente, che volta la faccia sperando di essere liberato presto dai fastidiosi ribelli del Mend e incurante dei profughi che andranno a gonfiare di disperazione le fila dei migranti verso l’Europa.

domenica 10 maggio 2009

Biodiversità. Madagascar.


ANIMALI: MADAGASCAR PARADISO DELLE RANE, 130 NUOVE SPECIE

(ANSA) - ROMA, 5 MAG - Il Madagascar sembra essere un vero paradiso per le rane: un team di zoologi tedeschi, italiani e spagnoli ha infatti scoperto che almeno altre 130-200 specie attendono di essere scoperte e descritte, nonche' protette. La fauna anfibia del Madagascar e' gia' molto elevata e attualmente conta circa 250 specie, tutte endemiche e introvabili altrove: quest'isola, grande due volte l'Italia, e' fra le aree di maggior interesse naturalistico al mondo e vanta una fauna e una flora davvero uniche. Lo studio sulla fauna malgascia e' stato oggetto di attenzione da parte del team fino dall'inizio degli anni '90. Frank Glaw, erpetologo della Collezione Statale di Monaco di Baviera afferma: '' negli ultimi 15 anni abbiamo scoperto oltre 100 nuove specie di rane in Madagascar, cosa che ci ha indotto a credere che l' inventario tassonomico fosse pressoche' completo. Cosa che invece e' stata contraddetta, in quanto le nostre ricerche mostrano che ci sono molte piu' specie di quanto sospettassimo''. I recenti risultati sugli anfibi sono stati pubblicati oggi sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA (PNAS) e sono da considerarsi cruciali anche per gli aspetti di biologia di conservazione. Infatti, molte di queste nuove specie sono note solo per piccole e ristrette foreste del Madagascar ancora non protette da una concreta azione di conservazione. Lo ha sottolineato Franco Andreone, Coordinatore dell'Amphibian Specialist Group per il Madagascar e membro del Comitato Scientifico del WWF Italia. ''Negli ultimi anni ci siamo dedicati alla realizzazione di piani per la conservazione degli anfibi del Madagascar - ha detto Andreone - E' cruciale che la comunita' internazionale continui con i suoi sforzi''. (ANSA).
05/05/2009

lunedì 4 maggio 2009

Oltre il giardino. Disumana indifferenza sul Darfur.

Darfur: sciopero della fame dell'attrice americana Mia Farrow Dopo l'espulsione dei cooperanti internazionali dal Sudan occidentale, la Farrow tenta di rompere il silenzio sulla tragedia nel paese africano

Bolzano, Göttingen, 27 aprile 2009

In seguito all'espulsione di cooperanti internazionali dal Sudan occidentale, la 64-enne attrice americana Mia Farrow, da diversi anni attivamente impegnata nella causa del Darfur, ha deciso di iniziare oggi uno sciopero della fame con il quale rompere il muro di silenzio e indifferenza che la comunità internazionale sembra riservare all'immane tragedia in corso nel paese africano.
E' sconcertante con quale lentezza e attenzione per l'etichetta diplomatica la comunità politica internazionale reagisca a quanto succede in Darfur, nell'evidente e completa mancanza di volontà di far valere e rispettare anche solo gli standard minimi di umanità e diritti umani.
L'espulsione dei cooperanti internazionali si profila come atto di ritorsione del regime sudanese per il mandato di arresto internazionale spiccato dalla Corte di Giustizia Internazionale contro il presidente sudanese Bashir, e dimostra quanto poco il regime sia interessato a facilitare per lo meno un'adeguata assistenza umanitaria alla popolazione civile della regione. Cinque milioni di persone, affamate, traumatizzate e senza assistenza sanitaria, sono di fatto ostaggio di un regime interessato unicamente ad assicurare il proprio potere. A sei anni dall'inizio del genocidio in Darfur, la pace nella regione sembra essere più lontana che mai.
L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), che in passato ha già collaborato con la Farrow per la questione del Darfur, comprende la rabbia dell'attrice, ma è comunque preoccupata per la salute della 64-enne che per le prossime tre settimane intende assumere solo acqua arricchita di vitamine. Negli scorsi tre anni, l'APM ha organizzato insieme alla Farrow diverse manifestazioni per i diritti umani, tra cui un incontro pubblico di vittime del genocidio in Ruanda, Bosnia e Armenia per richiamare l'attenzione sul genocidio in corso in Darfur e una fiaccolata simbolica partita dal Darfur e arrivata in Europa.

Notizia Apm (associazione popoli minacciati)

lunedì 20 aprile 2009

Oltre il giardino. C'è da fare.

Sudafrica/ Gordimer "Coetzee sbaglia, non si fugge, c'è da fare"

di Apcom
Per André Brink il Paese cammina "verso il disastro"
Roma, 19 apr. (Apcom) - In Sudafrica è polemica tra due Premi Nobel per la Letteratura. Nadine Gordimer contesta infatti la decisione del suo collega John M. Coetzee di lasciare il Sudafrica per emigrare in Australia. "Per me c'è una sola conclusione da trarre - dice al Corriere della Sera - chi si è trasferito in Australia, dove i bianchi hanno decimato gli indigeni, non voleva più vivere in un Paese dove gli indigeni sono diventati maggioranza con diritto di voto". Poi aggiunge: "Per fortuna nessuno dei miei amici se n'è andato dopo la fine dell'apartheid, ci sono ancora tante cose da fare: Tre secoli di segregazionismo non si cancellano in una generazione". Diversa la posizione di un altro grande scrittore sudafricano, André Brink, che si dice "deluso e indignato dall'African National Congress del dopo Mandela", e poi sottolinea: "Resto, ma non so per quanto. Devo pensare alla mia famiglia". Il Sudafrica si recherà il prossimo 22 aprile di nuovo alle urne e, per la prima volta dalla fine dell'apartheid, molti sostenitori dell'Anc di Mandela non sanno se confermare il proprio voto. La stessa Gordimer, "eterna rivoluzionaria" ammette che l'idea di eleggere Jacob Zuma, populista e sessista leader dell'Anc, le risulta indigesta. "Non come donna, ma come persona", precisa, come scrittrice che ha curato l'antologia 'Storie' in favore delle vittime dell'Hiv, per cui è difficile votare per chi "pubblicamente, in tribunale, ha osato dire che contro l'Aids basta una doccia". Per Brink, la situazione in Sudafrica è molto più cupa: "Camminiamo verso il disastro. Una classe politica corrotta e populista. Un'intera generazione che cresce senza riferimenti culturali, il razzismo dei giovani dell'Anc".

Gordimer, Nadine
(encarta)
Gordimer, Nadine (Springs 1923), scrittrice sudafricana. Impegnata politicamente nella lotta contro la segregazione razziale e membro fondatore del Congresso degli scrittori sudafricani, ha denunciato la politica dell’apartheid e il razzismo in romanzi e racconti che descrivono realisticamente la situazione socio-politica sudafricana, assumendo come punto di vista privilegiato quello di un bianco appartenente alla classe media. Ne sono esempio Un mondo di stranieri (1958), Occasione d'amore (1963) e Il mondo tardoborghese (1966).
L'autrice ha proseguito il suo percorso letterario analizzando il dissidio interiore di quei bianchi che, consapevoli di vivere in un sistema iniquo, ne soffrono e, in alcuni casi, passano dalla passività alla lotta; ha infine raccontato il Sudafrica dopo la fine della politica dell’apartheid. Si ricordano, a questo proposito, Il conservatore (1974; fu uno dei due libri che nel 1974 vinsero il Booker Prize), incentrato sul personaggio di un bianco che sfrutta i dipendenti neri; La figlia di Burger (1979, inizialmente censurato in Sudafrica), ispirato alla vita di un avvocato sudafricano costretto alla clandestinità a causa dell’impegno contro l’apartheid; Luglio (1981; premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera), storia di una famiglia costretta a confidare sull'aiuto dei domestici di colore per sfuggire alla guerra civile; Storia di mio figlio (1990), romanzo sul rapporto privato tra un padre e un figlio sullo sfondo delle lotte politiche contro la segregazione.
Tra le ultime opere pubblicate in Italia, Nessuno al mio fianco (1994) racconta, attraverso la storia di due coppie, il Sudafrica dopo la vittoria di Nelson Mandela; Un’arma in casa (1998) analizza la violenza latente in Sudafrica prendendo spunto da un delitto passionale; L’aggancio (2001) affronta il tema dei rapporti tra cultura occidentale e cultura orientale attraverso la storia d’amore tra una sudafricana bianca e un giovane arabo senza il permesso di soggiorno.
Nel 1991 la scrittrice fu insignita del premio Nobel per la letteratura. Oltre a svolgere attività di scrittrice, Nadine Gordimer tiene conferenze e corsi di scrittura in numerose università. Nel 1998 fu nominata “Ambasciatrice di Buona Volontà” per il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP).

venerdì 17 aprile 2009

Animali. La strage degli scimpanzè.

17/04/2009

da Green Report





I bracconieri stanno massacrando la più grande popolazione di scimpanzé del mondo

I bracconieri nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) minacciano l´esistenza della più grande popolazione di scimpanzé che resta in tutta l’Africa. L’allarme è stato lanciato con un e-book pubblicato sul sito della Universiteit van Amsterdam da Cleve Hicks, un ricercatore dell’Institute for biodiversity and ecosystem dynamics (Ibed) che descrive la situazione tragica vissuta da questi primati e da altri animali nelle foreste del Congo. Hicks ed i suoi colleghi sono riusciti anche a salvare 5 scimpanzé orfani e a consegnarli ad un’area protetta nel Congo orientale.
Nel corso delle sue ricerche nei dintorni della città di Bili, tra il 2004 e il 2007 Hicks non ha trovato nell’area nemmeno uno scimpanzé orfano o una carcassa di queste scimmie, un fatto strano, visto che gli scimpanzé sono ancora numerosi nella foresta.
Dopo il 2007, Hicks cha condotto per 13 mesi ricerche sui grandi mammiferi a 200 km da Bili, nella regione di Buta Aketi, ed ha potuto accertare che gli scimpanzè di quell’area appartenevano alla stessa “cultura” (ground-nesting, snail-smashing, ant-dipping) dei primati che vivono a Bili e che quindi la popolazione degli scimpanzé del nord della Rdc non è stata ancora frammentata e dispersa a causa delle attività umane.
Però, nell’ultimo periodo di ricerche Hicks e il suo staff hanno scoperto 34 scimpanzé orfani e 31 morti in vendita nella zona di Aketi-buta-Bambesa. Il team ha anche documentato il commercio di 10 pelli di rarissime Okapi pelli, di 9 pelli di leopardo, delle parti di 13 elefanti e di centinaia di orfani e carcasse di altre specie di scimmie.
Gli abitanti della zona hanno detto ad Hicks che fino a pochi anni fa il bracconaggio era molto poco, tranne che per gli elefanti, e che è stata l´estrazione di diamanti e oro che ha fatto aumentare la richiesta di carne di animali selvatici e di piante. E’ evidente che i bracconieri sono penetrati rapidamente nelle aree protette di Bili e Rubi-Tele, che recentemente sono state invase anche dai minatori illegali.
Nel novembre 2008 Hicks ed i suoi colleghi Aura Darby ed Adam Singh hanno trovato altri 7 scimpanzè orfani e 3 carcasse in vendita, tra quelli vivi ci sono i 5 che sono stati salvati dalla macellazione e, in seguito alla denuncia dei ricercatori olandesi, la Wildlife Wasmoeth fondation sta realizzando a Kisangani un santuario poer scimpanzé che è stato chiamato Boyoma.
«Tuttavia – dice Hicks - questo non cambia il fatto che se qualcosa non viene fatto subito, presto perderemo una delle più grandi aree di natura incontaminata che restano nel pianeta, e con essa se ne andranno scimmie, elefanti, okapi e le società umane tradizionali che dipendono da sua esistenza».

Approfondimenti:

E-book di Hicks

Nel suo e-book, Hicks descrive una crisi che riguarda i nostri “cugini” più vicini, provocata dalla povertà e dall’avidità degli esseri umani, e spera di raggiungere l’opinione pubblica per renderla consapevole della minaccia imminente per la scimmie di Bili. In parte c’è riuscito, visto che ha potuto raccontare questa storia di un’agghiacciante spreco di bellezza e risorse alla nota trasmissione televisiva olandese “EenVandaag” e di raccontare la sua storia alla radio nazionale olandese, del bracconaggio degli scimpanzé se ne è interessata anche Science. Nel nostro piccolo lo facciamo anche noi di Greenreport, invitandovi a guardare l´e-book di Hicks.


mercoledì 18 marzo 2009

Oltre il giardino. Una diga disastrosa nel Kenia assetato.




di Caterina Amicuccia
da il Manifesto 17.03.'09
La diga che asseta

La regione del lago Turkana è la più arida del Kenya, un deserto di sabbia e pietra che segna il delicato confine con l'Etiopia, il Sudan e l'Uganda. Là l'acqua è il bene più prezioso, tanto che si cammina fino a otto ore sotto il sole battente per riportarne a casa qualche litro. Negli ultimi anni la siccità ha ridotto sensibilmente le piogge e i corsi d'acqua stagionali restano asciutti per la maggior parte del tempo. Questa è la terra di Turkana, Borana, Samburu e Dasanech, comunità pastorali prevalentemente nomadi, da sempre in conflitto per lo sfruttamento delle scarse risorse disponibili. Sopravvivono allevando cammelli, capre, asini e contendendosi un terra impervia e l'accesso alle poche forniture idriche disponibili. In questo ambiente ostile il lago è una risorsa fondamentale. Per alcune comunità è l'unica fonte di acqua che, nonostante sia salina, viene utilizzata per tutti gli usi domestici e per abbeverare il bestiame. Negli anni queste popolazioni dalle tradizioni millenarie hanno diversificato l'attività produttiva dedicandosi anche alla pesca. Attraverso una rudimentale catena di distribuzione e commercio, il pesce del lago Turkana arriva sui mercati di Nairobi e viene venduto anche in Uganda. Si stima che fra pescatori, distributori, commercianti e trasportatori la pesca sia l'unica fonte di reddito per 10mila famiglie, che da queste parti significa 80mila persone. Questo fragile sistema di relazioni ecologiche e sociali potrebbe collassare per sempre se la costruzione della diga Gilgel Gibe III arriverà a compimento. Il fiume Omo scorre per 600 chilometri in Etiopia, garantendo il 90% dell'acqua del lago Turkana. E proprio sul bacino dell'Omo il sodalizio fra il governo etiope e una nota azienda italiana, la Salini Costruttori S.p.A, ha dato vita al progetto della diga di Gibe III, che potrebbe generare una crisi ambientale e umanitaria senza precedenti in una regione tradizionalmente instabile. La diga, in costruzione dal 2006, sbarrerà completamente il corso del fiume con un muro di 240 metri, 500 chilometri a nord del Lago Turkana. In Etiopia, anche la valle dell'Omo è popolata da numerosa comunità indigene che vivono di agricoltura tradizionale basata sulle piene del fiume. Durante la stagione delle piogge, le esondazioni irrigano naturalmente le terre depositando la materia organica che ne aumenta la fertilità, la stessa tecnica utilizzata dagli antichi Egizi lungo le sponde del Nilo. Ma in termini di siccità sarà la regione del Turkana a pagare il prezzo più alto. Si stima che il livello del lago scenderà di 10-12 metri aumentando la concentrazione salina dell'acqua e compromettendo definitivamente l'uso domestico e per l'allevamento. La biodiversità acquatica sarà drasticamente ridotta, creando una crisi irreversibile dell'economia locale. I conflitti fra le popolazioni locali saranno esacerbati dal deterioramento ambientale e dall'aumento della povertà. Tutto ciò potrebbe avvenire sotto il segno dello sviluppo. La diga avrà un costo complessivo di un miliardo e 800 milioni di euro e potrebbe ricevere il sostegno della Banca Africana di Sviluppo e della Banca Europea per gli Investimenti. I soldi dei contribuenti europei così asseterebbero ulteriormente una regione già duramente colpita dal cambiamento climatico e farebbero precipitare questa ampia zona dell'Africa subshariana in una nuova spirale di conflitti.