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sabato 28 marzo 2009

Terzo Paesaggio. Gilles Clement.

L'articolo che segue è del 2006. L'abbiamo riscovato per supportare il nostro contributo agli incontri per il Parco della Piana.

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Alla rivoluzione con falce e rastrello
di Alessandra Iadicicco
il Giornale 6.1.2006
Alla rivoluzione con la falce e il rastrello. Il grido di battaglia arriva dal francese Gilles Clément, autore di un Manifesto del Terzo paesaggio sovversivo come l’appello a una rivoluzione mondiale. Pubblicato l’anno scorso in Francia tra l’attenzione di amministratori e politici (pizzicati sulle loro responsabilità), la sorpresa di filosofi e architetti (stimolati dalla densità e dalla creatività del testo), l’entusiasmo di ecologisti e ambientalisti (pungolati nel vivo della loro causa), il documento - ora tradotto e curato da Filippo De Pieri per Quodlibet, pagg. 88, euro 12 - non espone però un programma di partito, né una mera ipotesi teorica, né un progetto urbanistico. Nemmeno i punti di una campagna per l’ecologia, «parola portata fino al livello più basso della disaffezione da tante battaglie e radicalismi», dice Clément. O per l’ambiente, termine che «dispiega tutta una batteria di macchine per mietere il sapere e farne balle da fieno», insiste.
Estraneo a definizioni ideologiche, politiche, accademiche, partitiche, il suo estensore combatte per uno spazio - il «Terzo» - che sta appunto «fuori» dalle divisioni tradizionali: destra/sinistra, natura/cultura, campagna/città, urbano/selvatico, ordine/caos. E che, sviluppato com’è oltre i confini metropolitani, i margini dei campi, il bordo delle strade, il limite delle aree industriali, non va perciò considerato periferico, marginale, utopico o borderline. È anzi la più concreta riserva del potenziale di trasformazione del «Giardino planetario» (o «Giardino in movimento»). Lo dice Clément, con espressione che, dalla Genesi in giù, non suona come una stravagante metafora e può anzi fondatamente nominare l’intero pianeta terrestre. Né suona pertanto come un capriccio stravagante il fatto che il suo paladino, eclettico outsider, tra tutte le sue qualifiche - agronomo, ingegnere, botanico, entomologo, progettista di grandi parchi parigini, paesaggista alla scuola di Versailles, scrittore - una ne elegga per presentarsi: «Sono un giardiniere», dice.

Una boutade, una vocazione o una provocazione?

«Io ho un giardino, metto le mani nella terra, so che cosa vuol dire lavorarci. E l’orto, che offre nutrimento, è il giardino per eccellenza: il piacere di raccogliere quel che si ha seminato si avvicina a una certa idea di felicità. Proprio sul giardinaggio ho stabilito le mie teorie e la mia pratica di paesaggista. Tradizionalmente il giardiniere è chi coltiva un giardino, ne segue lo sviluppo nel tempo. Deve conoscere piante e animali, essere un sapiente, a volte un mago. Non pretendo di esserlo, ma credo che quella sapienza vada rivalutata».La sua nozione di giardino si estende a tutta la terra, abbraccia spazi coltivati, incolti.

Cos’è il «Terzo paesaggio»?

«Propongo di chiamare Terzo paesaggio l’insieme dei territori sottratti all’azione umana, il terreno di rifugio della diversità respinta dagli spazi dominati dall’uomo. È dunque la somma dei residui (urbani o rurali), le zone incolte, il ciglio delle strade, le rive dei fiumi, l’orlo dei campi, le torbiere... Comprende anche le “riserve” naturali dove la diversità biologica è generalmente forte. Scelsi il termine all’epoca della mia analisi di un paesaggio del Limousin che, in un primo tempo, avevo ridotto a un sistema binario: ombra, cioè le foreste gestite dall’uomo, e luce, cioè radure e pascoli. Era il 90 per cento del territorio del Limousin, ma raccoglieva meno del 10 per cento della biodiversità, raccolta invece negli spazi sottratti all’intervento umano: il Terzo paesaggio».

Diversità: sarebbe?

«Dipende dalla natura del luogo. Se si tratta di ecosistemi originari, come lande o torbiere, ci vivranno con una certa stabilità piante e animali infeudati. Nei residui recenti, invece, ci saranno specie pioniere, comparse dopo la riconquista del terreno spogliato. Infine, nei luoghi abbandonati ai confini o all’interno delle città, troverà spazio la diversità umana - etnica e sociale - per dare espressione alla propria cultura. Si vede benissimo negli orti abusivi, per esempio, diversi a seconda di chi li coltiva».

È una diversità che aspira al potere? A un potere politico?

«No, il Terzo paesaggio non aspira a un potere, bensì a un riconoscimento. Né costituisce un potere, bensì un potenziale politico: è un territorio di invenzione».

E trova voce nel suo manifesto che proclama l’indecisione come un programma e aspira a lasciare le cose come sono.

Perché un manifesto?

«Il Terzo paesaggio è un luogo d’indecisione per le amministrazioni. Non per gli esseri viventi - piante, animali e uomini - che lo abitano, che decidono di agirvi in tutta libertà e lo impiegano in base alle loro urgenze. Sempre urgenze biologiche e imprevedibili. Penso sia necessario conservare zone di indecisione, frammenti di Terzo paesaggio, in seno agli spazi amministrati: predisporre cioè politicamente la loro esistenza. Perciò un Manifesto: il testo vuol essere nel contempo una constatazione e un grido».

Lassez faire lassez passer è anche un principio dell’economia liberale...«Non possiamo applicare alla natura le stesse regole della società umana. Il liberalismo porta alla presa del potere e della ricchezza da parte dei più combattivi. I laisser-faire del Terzo paesaggio porta all’equilibrio tra le specie che vi convivono. E poi l’economia favorisce, nella distribuzione dei beni, una piccola parte mentre, nell’uso dell’energia, si ripercuote su tutta la popolazione».

Che cosa pensa degli Ogm?

«La natura ne fa incessantemente, o non esisteremmo. Inventa continuamente soluzioni per la propria sopravvivenza. Dunque, in teoria, non ci vedo nulla di stravagante. Ma, anche in questo caso, vi è un’enorme differenza tra le soluzioni escogitate dalla natura e dalla società umana per evolvere. Gli esseri umani non si trasformano geneticamente (Ogm) in maniera spontanea per reagire all’ambiente che li minaccia. Le manipolazioni genetiche compiute dall’uomo mirano solo a soddisfarne i desideri, senza che se ne conoscano le conseguenze per l’umanità e per la natura. Inoltre, ciò che è più grave, gli Ogm devono in teoria compensare gli effetti della fame nel mondo ma, in pratica, si sa perfettamente che mettono in moto un gran giro di affari.

È intollerabile che certe lobby prendano in ostaggio la popolazione agricola mondiale, specie nei Paesi poveri, per assoggettarli alla propria economia e obbligarli a consumi cui essi solo possono provvedere. Il problema non sono gli Ogm, ma l’uso che se ne fa».

Lei scrive che si dovrà rovesciare lo sguardo occidentale sul paesaggio: per guardare a oriente?

«Certe civiltà orientali intrattengono con la natura un rapporto di rispetto. In un certo senso la nascita dell’ecologia all’inizio del XX secolo suscita nel cittadino planetario, giardiniere del pianeta malgré soi, a mettersi in un rapporto rispettoso verso la natura. Almeno sul piano teorico, questo lo avvicina alle filosofie d’Oriente».

Il «giardino planetario» è dimensione mitica, biblica?

«Nessun riferimento biblico. Giardino viene da Garten, enclos, luogo chiuso dove l’uomo preserva il meglio di fiori, frutti e ortaggi. Ciò che si reputa migliore cambia nel tempo, l’idea di meglio rimane. La presa di coscienza della finitezza ecologica mette l’accento sulla fragilità della vita, cosicché il meglio da proteggere appare la stessa vita sul pianeta, da gestire rispettosamente: come un giardino».È un progetto estetico: un luogo del bello?

«Dal mio punto di vista il bello non risulta da una configurazione estetica, ma da una “giustezza” di rapporti tra gli esseri, lo spazio e l’ambiente politico-sociale. Se è possibile derivarne un’estetica, tanto meglio. Se non è possibile, niente di grave».

Si riconosce in verdi, ecologisti, ambientalisti, no global?

«I verdi impiegano spesso un linguaggio stereotipato, di cui non padroneggiano appieno le implicazioni e il senso. Anche la posizione degli ecologisti radicali è molto convenzionale, a volte inquietante. Il caso degli altermondialisti è diverso: puntano a una nuova forma di economia che può essere, credo, compatibile con il Giardino planetario».
Prescrive un’etica, prepara una rivoluzione o auspica una conversione?
«Diciamo che si dovrebbe agire facendo il più possibile “con”, e il meno possibile “contro”. Comprendere la vita nella sua complessità per accompagnarla, piuttosto che dominarla. Sfruttare la diversità senza distruggerla, trasformare l’economia di accumulazione in un’economia della distribuzione, puntare a una rendita qualitativa piuttosto che quantitativa. Conservare i sostrati: acqua, suolo e aria. Proteggere fonti e supporti con cui la natura inventa soluzioni per il futuro. Sì, in fondo lavoro per preparare una conversione, ma certe conversioni non si compiono senza rivoluzione».

venerdì 27 marzo 2009

Editoriale. Terzo Paesaggio.

Come ci ha ben spiegato il professor Morisi nel primo incontro di presentazione del progetto regionale di parco della Piana, questa nuova entità territoriale, posta fra Prato e Firenze, non è un'area protetta né un parco naturalistico. Rappresenta, a detta degli esperti, una specie di “sovrainfrastruttura verde” comprendente aree verdi e zone prive di costruzioni ma anche tutto ciò che in essa è esistente di abitativo, servizi, infrastrutture vere e proprie e ovviamente strade di varia entità e funzioni. Questa identità polimorfa e polifunzionale era già nota a chi come noi aveva visionato qualche carta e letto i primi documenti istitutivi. Pertanto avevo pensato di intervenire all'assemblea, presieduta dal garante regionale per la comunicazione, con l'intervento che segue. Ma la ricchezza dei contributi presentati e il livello di consapevolezza dei convenuti, mi ha convinto ad assecondare la pigrizia e a rinviare il mio modesto discorso.
Visto però che abbiamo a disposizione il blog, ritengo che dire adesso qualcosa, possa servire a mantenere vivo il dibattito e a prevenire inaspettati balzi in avanti di chi nelle amministrazioni dei comuni e delle province non ha a cuore -o crede solo di averlo- l'equilibrio ambientale, oppure non sente il tema della biodiversità come prioritario.
Andiamo subito al dunque.

L'altra sera si è avuto un piccolo anticipo di un processo di partecipazione. Che si sia soddisfatti o meno degli esiti del confronto, che si condivida o no l'organizzazione della riunione, si è visto finalmente un incontro in cui cittadini e amministrazione sedevano dalla stessa parte e a presiedere c'era un terzo soggetto -arbitrale-, designato altrove. Un numero incredibile di gruppi, comitati, associazioni, enti che spesso non si conoscono e non si incontrano, siedeva nella stessa sala.
Ciascuno aveva con sé un bagaglio di esperienza, di competenze, di conoscenze, ma anche un portato di amarezza e di contrapposizione nei confronti dei governi locali, frutto di anni di lotte per la difesa del territorio, per la salute pubblica e per i diritti dei cittadini.
Ognuno di noi, a suo modo, e in diverse proporzioni ha passato la serata a chiedersi se ciò che stavamo facendo era la partecipazione ad una nuova fantasiosa farsa ordita dai politici per distrarci dalle nostre battaglie o era la grande occasione di unire le forze ed affrontare tutti insieme un grande progetto, capace di porre il limite a cemento e veleni e di fermare la distruzione del territorio. Io credo che in questo caso la verità stia decisamente nel mezzo e che a noi spetti di cercare di spostare l'ago dalla parte giusta.
Nella sala c'erano tutte le criticità divenute lotte per centinaia e centinaia di cittadini: la Multisala di Capezzana, l'Interporto di Gonfienti e la Città Etrusca, la soppressione del verde nella città densa, piazza Mercatale e il progetto di parcheggio sotterraneo, l'ex Banci e la Variante della Declassata, le Cascine di Tavola, Pantanelle, gli inceneritori, le discariche, i tralicci, l'aeroporto. Queste e molte altre ancora erano le spine che impedivano alla mano dei partecipanti di stringere con fiducia il pugno attorno al progetto di Parco.
Proprio mentre scrivo, arrivano al nostro blog altre segnalazioni di svendita del territorio e di continua marginalizzazione delle zone di non costruito, di continue aggressioni al suolo, all'acqua, al cono visivo del paesaggio e dell'orizzonte, alla qualità dell'aria (a S. Lucia, a Tavola, a Vergaio).
E mentre i cittadini sono così pesantemente concentrati sulle criticità ambientali e sulle loro battaglie, ecco che giunge dalla Regione un' ipotesi di sanatoria generale; di grande patto intercomunale per la pace e la collaborazione.
Nel frattempo però, niente si arresta: quello che c'è rimane, quello che si è già deciso continuerà il suo sviluppo e, naturalmente, anche i nuovi progetti andranno avanti senza che nessuno possa bloccarli in nome del Parco. Per i Comitati, tutto ciò ha il sapore di un grande condono. Sarebbe impossibile mandare giù un boccone di questo genere.
La mia opinione è che in questa proposta di processo partecipativo dobbiamo starci.
Dobbiamo starci senza cedere di un passo nelle nostre iniziative politiche, civiche e ambientaliste. Dobbiamo starci senza cedere, ma anzi con rinnovato impegno, nella lotta contro la svendita del territorio, contro i cancrovalorizzatori, contro i megaparcheggi, a favore del trasporto pubblico, delle bici e del verde urbano. Dobbiamo starci perchè è un'occasione di controllo, di conoscenza, di visione complessiva dell'area vasta su cui si muove più di un milione di persone.
Dobbiamo starci anche se, come qualcuno ha già fatto notare, si trattasse soltanto di una sorta di Piano di indirizzo territoriale in versione allargata (proprio l'area vasta).
Dobbiamo starci anche se l'altra sera, la parola più usata per descrivere il Parco è stata “infrastruttura” verde. Una parola, infrastruttura, che viene disinvoltamente usata per definire tanto un servizio, quanto un impianto o un'istallazione. E di istallazioni che di parco non hanno nulla, la piana ne ha già moltissime.
Dobbiamo starci perchè se vogliamo ottenere qualche risultato, ci corre l'obbligo di confrontarci anche nelle sale istituzionali, affinchè rimanga traccia del nostro lavoro e della nostra esperienza
In attesa che il mio assenso venga confermato o smentito dai fatti, vorrei porre subito una questione fondamentale che motiva fortemente l'operato di Municipio Verde e il suo impegno per la città.
Il Parco è costituito da tre tipi di ambiente. Potremmo anzi usare il termine di paesaggi, usando una classificazione non mia.
Il primo paesaggio è quello più propriamente urbano, occupato da costruzioni e anche al suolo coperto di asfalto e cemento. Esso è presente in modo comunque importante in quasi tutte le zone del parco.
Il secondo paesaggio, in grandissima parte ancora da recuperare, è quello rurale, destinato a colture autoctone e a basso impatto ambientale, a produzioni finalizzate alla distribuzione locale, all'agricoltura biologica.
Il terzo è l'incolto. Il luogo della natura. La parte di territorio dove si svolge la riproduzione biologica, dove volano gli stormi, dove nidificano le molte specie migratrici, dove vivono rospi lucertole e salmandre. Il paesaggio colonizzato dalle erbe selvatiche, dagli insetti, dai roditori, percorso da cervi, volpi e faine. Solcato da corsi d'acqua che formano bacini lacustri e zone umide.Il terzo paesaggio è l'incolto, il non sfruttato, il non produttivo.
E' costituito dalle zona dove avviene il gratuito processo di rigenerazione della vita, altrove aggredita, schiacciata, eliminata per far posto alle attività umane.
Con Municipio verde, io ritengo che questa frazione di territorio debba rimanere tale, non possa contrarsi ulteriormente e non debba indebolirsi a favore delle altre due. Si potrebbe adesso introdurre uno slogan come “consumo di territorio 0”, ma forse svilirebbe un discorso che ha ragioni articolate e supportate scientificamente, oltre che dal buonsenso e dalle normali esigenze umane di tutela della salute.
Per qualcuno è forse necessaria una precisazione. In questo caso l'incolto non significa, l'abbandono e l'incuria; non descrive una panchina coperta dai rovi nel giardino pubblico o la rotonda invasa dalle erbacce. L'incolto non ha funzioni strettamente legate alla vita urbana ma semmai al tempo libero e rigenerante del non lavoro.
Il Terzo paesaggio è la dannazione degli amministratori perchè viene considerato improduttivo e insicuro. Esso richiama alla mente dei politici terribili immagini di delinquenti padroni della boscaglia, spacciatori appostati fra gli alberi e stupri in quantità. Ci viene in mente subito l'abbattimento degli allori attorno al castello dell'imperatore, con la motivazione che erano rifugio dei drogati ma gli esempi di questa assurda idea di desertificare per portare il crimine allo scoperto, sono tanti.
La politica è portata a negare il terzo paesaggio perchè non riesce a controllarlo.
E siccome non è in grado di farlo lo svende e evidentemente non per mantenere la sua funzione di gratuita, lo ripeto, rigenerazione.
Io credo che Il Parco della Piana possa e debba esistere proprio in funzione della difesa del terzo paesaggio e del recupero equilibrato del rurale.
Tutto il resto non richiede un parco per esistere.
Noi saremo senz'altro disponibili a discutere e a confrontarci, senza trattare alcunchè sulle infrastrutture venefiche e distruttive che attanagliano l'uomo e gli altri animali.

Per, con e a
Municipio Verde,
Riccardo Buonaiuti