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La mer, la fin...

mercoledì 25 marzo 2009

Prato. Chi decide se le aziende hanno un futuro?

La riflessione di Luca Giusti, della Confartigianato, è legittima: chi decide se le aziende hanno o meno un futuro?
Il problema non è di poco conto, perché rischia di essere controproducente - proprio per il manifatturiero - il tentativo di salvare "a tutti i costi" imprese che anche in situazioni normali non sarebbero granché affidabili.
E forse, ma noi lo sosteniamo da tempi non sospetti, sarebbe veramente il caso di chiedersi se è da salvare tout court il manifatturiero del distretto, o se non sia il caso di orientare idee e risorse verso altre strade. In realtà, però, non si tratterebbe tanto di "uscire da una economia produttiva", quanto riorientare la produzione di beni e servizi, riattivando circuiti di economia su scala locale, e ridurre l'incidenza complessiva del tessile.
"Uscire dal tunnel del tessile" può veramente essere la scommessa del prossimo futuro: è una strada che forse andava intrapresa anni fa, ma che oggi, a nostro parere, è tra le poche che può ridare una prospettiva al tessuto economico-sociale pratese.
MV

da il Tirreno del 25/03/09
«Chi decide quali aziende hanno un futuro?»
Giusti (Confartigianato) risponde al presidente Martini
PRATO. «Innanzitutto ringrazio il presidente Martini per la sua dichiarata disponibilità a incontrare le nostre associazioni per un confronto efficace sulle necessità delle piccole imprese». Luca Giusti, vicepresidente di Confartigianato Imprese Prato, inizia così la sua risposta al presidente della Regione Toscana Claudio Martini, che era intervenuto sulla stampa locale domenica scorsa in seguito ad alcune dichiarazioni dello stesso Giusti sulla difficoltà per le piccole imprese di accedere ai fondi regionali contro la crisi.
«Voglio subito chiarire un aspetto - dice Giusti - non siamo contrari al provvedimento della Regione, anzi. Affermiamo però con forza che per le sue caratteristiche non può essere sbandierato come l’intervento risolutivo per le piccole imprese, perché come dimostrano gli stessi numeri elencati dal Martini, queste rimangono di fatto escluse dall’intervento. Capiamo anche che esistono parametri europei da rispettare, ma allora diciamo che bisogna mettersi a tavolino a studiare interventi aggiuntivi a quello esistente in modo che anche le piccole imprese possano accedervi».
Un altro aspetto che sta a cuore a Giusti, è l’asserzione di Martini, ma ripetuta spesso anche da altri rappresentanti di istituzioni anche nazionali, che occorre «salvare le aziende che hanno un futuro». «Si tratta - commenta Giusti - di un dichiarazione che mi preoccupa, perché non si capisce chi e come debba stabilire quali sono le aziende sane e quelle malate, e fino a che punto. Qual è il punto di discrimine? Sarei allarmato se si prendesse, ad esempio, Basilea 2. Ritengo infatti che non si possa mettere sullo stesso piano aziende che hanno un “raffreddore” con altre che sono allo stato terminale.. Io credo piuttosto che occorra prima rispondere a un quesito di fondo: si vuole davvero salvare il manifatturiero? Perché se la risposta, che gradiremmo fosse chiara, fosse negativa, occorre mettersi subito al lavoro per gestire l’uscita di un intero distretto da un’economia produttiva a qualcos’altro».

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