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La mer, la fin...

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lunedì 15 giugno 2009

Diritti civili. La Cina si avvicina?

Shanghai, in centinaia hanno partecipato al primo Gay Pride

Reuters


Centinaia di uomini e donne gay, alcuni con bandiere arcobaleno dipinte sul volto, hanno preso parte ieri alla prima manifestazione omosessuale di Shanghai.

Non c'è stata una parata, e la folla non era certo quella di eventi analoghi a Sydney o San Francisco, ma alcune persone trovano un atteggiamento più internazionale e aperto nella capitale finanziaria cinese che si prepara a ospitare l'Expo dell'anno prossimo aspira a diventare un centro finanziario globale.
"Non credo che la Cina ora sia molto conservatrice. Shanghai si sta sviluppando molto rapidamente e sta diventando sempre più internazionale", ha detto Amy Lin, 17enne di Taiwan che ha partecipato alla manifestazione di ieri, a cui però erano presenti soprattutto stranieri.
Tra gli eventi di ieri, danze tradizionali cinesi eseguite da drag queen.
"Abbiamo organizzato eventi in passato, eventi sociali per la comunità Lgbt (lesbo, gay, bisessuale, transgender), degustazioni di vino, letture, drag show. Ma è la prima volta che abbiamo fatto tutto questo in una settimana chiamandolo festival gay pride", ha spiegato Hannah Miller, del gruppo organizzativo.

domenica 7 giugno 2009

Tieni a mente TIEN AN MEN-3


Tiananmen venti anni dopo. L’anniversario che Pechino vuole cancellare

di Angela Pascucci





Il governo cinese può mettere agli atti come un grande successo il ventennale del massacro della piazza Tiananmen. L’anniversario, forse il più sensibile dell’anno, è passato senza colpo ferire. Solo Hong Kong, anomala parte del territorio cinese, ha voluto, e potuto, commemorare le vittime della repressione di 20 anni fa. La sera del 4 giugno si è tenuta una veglia al lume di candela alla quale hanno partecipato 150 mila persone, una delle più imponenti che si ricordano per l’occasione. L’appuntamento era al Victoria Park per ricordare, ascoltando uno dei leader degli studenti dell’89, Xiong Yan, al quale le autorità hanno consentito l’ingresso nel Territorio. Le richieste di altri veterani sono state invece respinte.
A Pechino, la polizia ha sigillato piazza Tiananmen, impedendo ai media internazionali di avvicinarsi. A livello diplomatico, Pechino ha respinto l’invito rivolto dagli Stati uniti di aprire un’inchiesta sul massacro. Lo stesso segretario di Stato Hillary Clinton aveva chiesto al governo cinese di rendere pubblico il numero effettivo delle vittime della repressione, il cui numero resta ignoto.
Venti anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 di giugno, i carri armati dell’Esercito di liberazione del popolo cominciarono a marciare verso il cuore di Pechino che da settimane era stato occupato da studenti e lavoratori. L’ordine era di riprendere a tutti i costi piazza Tiananmen e così fu. All’alba la piazza era svuotata ma lo scontro continuò, cruento, nelle strade adiacenti e nel resto della città. Milioni di abitanti di Pechino si erano posti a difesa dei manifestanti, da quando il 20 maggio il governo aveva proclamato la legge marziale, e continuarono a combattere per giorni, anche in alter grandi città cinesi, come Shanghai, quando videro i militari sparare sulla folla. All’inizio il governo cinese parlò di 200 morti, «equamente» divisi fra militari e civili. Ma i parenti delle vittime parlano di oltre mille morti civili. Anche la repressione fu feroce, e ancora vi sono nelle carceri cinesi prigionieri accusati di quei fatti.
A distanza di vent’anni, parlare di Tiananmen è tabù in Cina. Il partito/stato mantiene ferma la sua condanna su quel movimento, accusato di essere «contro rivoluzionario» e di voler sovvertire lo stato comunista. I manifestanti chiedevano invece al governo un dialogo sulle riforme necessarie a realizzare la democrazia e la libertà che dopo dieci anni di «politica di apertura» ancora non si profilavano all’orizzonte, mentre gli errori di quella politica avevano pesantemente penalizzato la maggioranza dei cinesi. Il partito/stato si era diviso sul dialogo con gli studenti e l’ala dura aveva prevalso, emarginando prima e defenestrando poi il segretario del Pcc Zhao Ziyang, contrario alla repressione.
La questione delle riforme resta aperta ancora oggi. La Cina è diventata una potenza in ascesa sulla scena internazionale, la sua economia è stata solo rallentata dalla crisi globale. Il ministro del Tesoro Usa Timothy Geithner era il 2 giugno a Pechino per la sua prima visita ufficiale in Cina e ha assicurato i grandi creditori cinesi che i loro soldi investiti in dollari americani sono sicuri. E’ stata annunciata la ripresa del dialogo strategico Cina-Usa. Una bella vittoria, a due giorni dal sensibile anniversario. E allora perché il governo cinesi ha paura non solo di riaprire quel dossier ma persini che i cinesi ne parlino o cerchino di informarsi?
da il Manifesto

venerdì 5 giugno 2009

Tieni a mente TIEN AN MEN -2

Piazza Tiananmen : un ricordo particolare Lupi: l’esempio della nonviolenza e della resistenza passiva


Firenze 4 giugno ‘09

“In questo anniversario, di cui ricorrono i vent’anni, – ha dichiarato Mario Lupi, capogruppo Verdi in Regione Toscana – vorrei ricordare un piccolo episodio ma importante per chi come me si rifà ad una concezione nonviolenta dei rapporti politici e anche personali: la storia del Rivoltoso Sconosciuto, che è il soprannome di un ragazzo anonimo che divenne famoso in tutto il mondo quando fu filmato e fotografato durante la protesta di piazza Tiananmen . Sono state scattate diverse fotografie del ragazzo, in piedi di fronte ai carri armati cinesi, a cui cercava di sbarrare il passo. L'incidente ebbe luogo nella grande avenue di Chang'an, vicinissima a Piazza Tiananmen il 5 giugno 1989, il giorno dopo che il governo cinese incominciò a reprimere brutalmente la protesta. L'uomo si mise in mezzo alla strada e cercò di sbarrare la strada ai carri armati. Teneva due buste della spesa, una per mano e appena i carri armati giunsero allo stop il ragazzo sembrò volerli scacciare. In risposta, i carri armati provarono a girargli intorno, ma il ragazzo li bloccò più volte, mettendosi di fronte a loro ripetutamente, adoperando la resistenza passiva. Dopo aver bloccato i carri armati il ragazzo si arrampicò sulla torretta del carro armato e si mise a parlare con il guidatore. Diverse sono le versioni su cosa si siano detti, tra le quali "Perché siete qui? La mia città è nel caos per colpa vostra"; "Andatevene!"; La versione più diffusa della famosa immagine è quella scattata dalla fotografa Jeff Widener (Associated Press) dal VI piano di un hotel lontano all'incirca 1 km, con una lente da 400 mm. Quella fotografia raggiunse tutto il mondo in brevissimo tempo e mi colpì moltissimo. Divenne il titolo di testa di tutti i giornali e delle maggiori riviste, divenendo il personaggio principale di innumerevoli articoli in tutto il mondo; nell'aprile del 1998, la rivista Time ha incluso "Il Rivoltoso Sconosciuto" nella sua lista de "Le persone che più hanno influenzato il XX secolo". In Occidente l'immagine del Rivoltoso Sconosciuto divenne un emblema della rivolta popolare contro la repressione in Cina. Come molti fatti legati alla Protesta di piazza Tiananmen il mistero sul rivoltoso sconosciuto divenne presto, e ancora è, uno dei tabù sulla politica in Cina. Si sa poco dell'identità del ragazzo. Poco dopo l'incidente la rivista britannica Sunday Express suppose si trattasse di Wang Weilin, uno studente di 19 anni; comunque la veridicità dell'informazione resta incerta. Ci sono diverse versioni a proposito di ciò che successe al ragazzo dopo la dimostrazione. La versione di un testimone oculare dell'evento pubblicata nel 2005, sulla rivista Newsweek, affermò che fu arrestato sul posto dal governo cinese e portato via. Il governo della Repubblica Popolare Cinese ha sempre dato poche informazioni a proposito dell'incidente e del ragazzo sconosciuto.”

giovedì 4 giugno 2009

Tieni a mente TIEN AN MEN.

La Cina è vicina... al Cile

20 anni dopo i fatti di Tien An Men assumono una luce diversa

piazza-tien-an-men.jpgNel 1980 Milton Friedman fu invitato a Pechino per tenere dei corsi sui fondamenti della dottrina neoliberista ai funzionari statali cinesi. Le sue parole furono musica per le orecchie dei burocrati, che capirono come l'apertura ai mercati avrebbe offerto loro la possibilità di arricchirsi in modo spettacolare se in questo passaggio avessero mantenuto le redini del potere.

I cinesi sapevano benissimo che Friedman era il consulente economico più influente delle dittature militari latinoamericane, ma questo non solo non li preoccupava, anzi era proprio il modello che si proponevano: autoritarismo e liberismo.

Tra il 1980 e il 1985 vennero smantellate le comuni agricole e privatizzate le terre: 200 milioni di contadini poveri totalmente rovinati hanno dovuto trasformarsi in operai edili e di fabbrica emigrando nelle città. Nel 1988 vi furono violente rivolte per l'abolizione dei controlli sui prezzi e contro la corruzione dilagante, finché il 15 aprile 1989 gli studenti universitari iniziarono una protesta contro il partito per le crescenti disuguaglianze sociali e l'autoritarismo. I media occidentali rappresentavano le manifestazioni come uno scontro tra studenti moderni e idealisti che volevano le libertà democratiche di stampo occidentale e il veterocomunismo della burocrazia.

A scatenare la protesta fu invece lo scontento popolare per i cambiamenti introdotti da Deng Xiao Ping, che avevano provocato l'abbassamento dei salari, l'aumento dei prezzi e una grave disoccupazione. Il 26 aprile Deng accusò gli studenti di essere dei provocatori al servizio di potenze straniere. In risposta 50mila studenti scesero nelle piazze, e il 4 maggio circa 100mila persone marciarono per le strade di Pechino.

Il 13 maggio duemila studenti occuparono Piazza Tien an Men, con l'appoggio della popolazione e dei lavoratori. Molti cantavano l'Internazionale.

La protesta arrivò a coinvolgere 300 città. Il 20 maggio venne proclamata la legge marziale, ma l'esercito incontrò una forte resistenza e la situazione rimase bloccata. La notte del 3 giugno l'esercito aprì il fuoco sui dimostranti e riconquistò la piazza. Non esiste una stima precisa delle vittime. La CIA parla di 400-800 morti, la Croce Rossa di 2.600, mentre circa un migliaio di oppositori potrebbero essere stati giustiziati in seguito.

"La maggior parte degli arrestati e praticamente tutti i giustiziati erano lavoratori", scrive Maurice Mesner.

Come in America Latina il terrore spianò la strada al neoliberismo. Decine di milioni di dipendenti pubblici e lavoratori delle imprese statali furono licenziati, perdendo non solo il lavoro ma anche ogni forma di sicurezza sociale (casa, istruzione, sanità ecc.). Oggi 150 milioni di disoccupati si spostano da una città all'altra in cerca di un qualsiasi lavoro.

Nei tre anni successivi al massacro la Cina spalancò le porte agli investimenti stranieri, e sorsero in tutto il Paese le cosiddette zone franche, dove non esiste alcun diritto sindacale e il costo del lavoro è un ottavo di quello del Messico.

Nel solo 2003 sono morti sul lavoro più di 136mila operai. La Cina estrae il 35% del carbone mondiale ma ha l'80% delle morti in miniera. Negli anni '90 Deng Xiao Ping proclamò che "arricchirsi è glorioso" e non è incompatibile con la dottrina socialista. Infatti secondo uno studio del 2006 il 90% dei miliardari cinesi sono figli di funzionari del Partito "Comunista". Circa 2.900 di questi nuovi mandarini controllano 260 miliardi di dollari.

Un'élite tra le 15 e le 20mila persone ha depositi bancari di almeno 8 milioni di Euro a testa.

Il 10% più ricco della popolazione si accaparra il 45% del reddito nazionale, mentre il 10% più povero solo l'1,5%.

L'imbarbarimento della società cinese ha portato con sé fenomeni inquietanti come la vendita di donne e bambini e il traffico di sangue e di organi. Ma questo processo "sta forgiando una classe operaia la cui forza potenziale non ha precedenti nella storia dell'umanità" e che coltiva "un sano odio contro la burocrazia e la borghesia".

In questi anni "la lotta di classe e la conflittualità sociale hanno raggiunto livelli mai visti da decenni". Secondo le autorità di polizia manifestazioni, scontri e rivolte sono passati dai 10.000 del 1994 ai 74.000 del 2004. Il problema principale è l'unità tra i vari settori sociali in lotta, ma in Cina sono migliaia i militanti che tengono vivo il pensiero marxista.

Ed è superfluo soffermarsi sulle ripercussioni che avrebbe anche da noi la fine dello sfruttamento semi-schiavistico nell'industria cinese.

Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.38

domenica 24 maggio 2009

Prato. Mafia e poteri occulti -2

Il materiale che segue è del 2007. Partendo dal fenomeno pesantissimo dei numerosi suicidi che avvenivano nella nostra città e facendo riferimento al lavoro della commissione antimafia, presediuta da Tano Grasso, si analizza la complessa evoluzione dell'illegalità nel nostro distretto.
I giornali di ieri riportano le cronache di nuove indagini e arresti di personaggi in parte già noti come delinquenti, e in parte nuovi. Ci pare interessante capire realmente quale sia la reale situazione del nostro territorio al di là di dannose semplificazioni elettoralistiche e di un giornalismo frammentario e superficiale.
MV

CRIMINOLOGIA.IT, RIVISTA INTERNET DI TEORIA E SCIENZE CRIMINALI
Quest'articolo è stato redatto al terzo suicidio, poi i fatti -purtroppo!- si sono evoluti confermando la criminogenesi


Mutazione e crisi d'identità endogena come fattori criminogeni
Prato, tre suicidi in 15 giorni
Si chiudono aziende e si aprono banche
di Prof. Saverio Fortunato
(Specialista in Criminologia Clinica, Docente Università di L'Aquila)


PRATO 8 GIU. - Il primo suicidio è avvenuto il 27 Maggio, nella zona residenziale, dove una donna di 38 anni madre di cinque figli, s’impicca nella propria villetta. Ieri, due suicidi: il primo in carcere, dove un trentenne pratese, Gianluca Tortomasi, arrestato per rapina, si è impiccato usando i lacci delle scarpe, alla finestra del bagno di una delle celle dove vengono temporaneamente sistemati i detenuti in attesa dell'ingresso vero e proprio nel penitenziario. La Procura di Prato ha aperto un'inchiesta. L'altro, in un'azienda artigiana, dove un artigiano si è impiccato. Tre suicidi in due settimane, cosa succede nella città che è stata la più grande area tessile del mondo?
Qui, fino a qualche anno addietro le famiglie si tramandavano i telai da padre in figlio. Anche dal punto di vista urbanistico è una città "imbottigliata", perché prima si costruiva il capannone e poi la strada.
Prato ha perso la sua identità: si sa bene cosa è stata, non si sa più che cos’è e dove vuole andare per il futuro. In questa mutazione, scoppiano le contraddizioni. La più emblematica è questa: si chiudono circa 300 aziende all’anno, ma si aprono sempre più filiali di banche. L'altra, mentre emergono nuove povertà insieme all'inimmaginazione del proprio futuro, s'assiste allo spropositato acquisto di beni di lusso.

Un problema criminologico:
IL CRIMINE C'E' MA NON SI VEDE

Leggiamo brevemente gli atti della Commissione Antimafia, seduta n° 22 della XI Legislatura[1]. Ha la parola GIOVANNI FERRARA SALUTE, si rivolge al Dottor Vigna -capo della superprocura antimafia- e chiede: «Nel corso delle vostre indagini, in che misura potete ricostruire la gravità del fenomeno del riciclaggio in Toscana? Vorrei inoltre sapere se i fenomeni di compromissione di soggetti del mondo bancario siano effettivamente soltanto episodici, oppure se si possa pensare che vi siano guasti più profondi del sistema complessivo del credito in Toscana (…).
Nella Valle dell'Arno, fra le province di Firenze e di Prato, esiste il singolare fenomeno dell'insediamento di crescenti masse di asiatici. Poiché uno dei problemi della mafia è quello dell'infiltrazione e soprattutto dell'utilizzazione della manovalanza legata alla povertà, alla disoccupazione, alla non occupazione, all'emarginazione sociale ed alla clandestinità, vi sono tracce di una qualche intenzione da parte delle organizzazioni criminali di sfruttare eventuali situazioni drammatiche di queste comunità?».
TANO GRASSO, osserva: «Tempo fa mi sono trovato a Prato, una città che ha costruito le sue fortune sul "disordine" economico, senza con ciò esprimere giudizi di valore. In quella città ho avuto modo di conoscere il fenomeno della mafia del tessile, che mi è sembrato assai inquietante perché esemplare ed esemplificativo del modo in cui in una realtà ricca si possa determinare una penetrazione mafiosa nell'economia. A livello di imprenditori economici ho tratto anch'io l'impressione non di una sottovalutazione bensì dell'accettazione dell'idea che si debba necessariamente convivere con fenomeni di questo tipo. La sottovalutazione dipende da un fatto di ignoranza, ma in questo caso vi è qualcosa di più. (…) Chiedo notizie sul livello di penetrazione dal punto di vista qualitativo e quantitativo e sul modo in cui rispetto a questo fenomeno si collochi l'attività delle finanziarie o di gestione del credito in quella città. Sempre a proposito di Prato, desidero sapere se si possa parlare di associazioni o di forme di aggregazione di tipo occulto che sono dietro a cooperazioni del credito, non necessariamente di connotazione mafiosa…».

Un problema socio-economico:
COSTA PIU' CHIUDERE CHE APRIRE UN'AZIENDA

Sotto il profilo antropologico, "la variabile più generale caratterizzante la differenza tra società contadina e società industriale, è individuabile nella diversa velocità del loro cambiamento. All'estrema lentezza del mondo rurale tradizionale si contrappone la velocità elevata, ed entro certi limiti esponenziale, delle società industriali" (Gavino Musìo, 1992).
Quando la società agricola subì la mutazione in società industriale, si registrarono una serie di crimini: violenze in famiglia, divorzi, alcolismo, suicidi. Prato, si capisce bene che ormai non è più una società produttiva artigianale.
Tuttavia, per altri versi, Prato registra acquisti di beni di lusso (Ferrari, ecc.) che a giro con l'occhio si fa fatica a contarle. C’è un certo benessere concentrato in alcuni settori sociali, ma poiché l’artigianato è stato messo in ginocchio, insieme alle attività commerciali (stroncate dagli ipermercati e così via), ormai è divenuta una città dove costa più chiudere un’attività che aprirla.
Sotto il profilo criminologico c'è da chiedersi: tutti gli artigiani che chiudono la propria azienda, i loro figli che dalla prosperità vedono i genitori sprofondare nella crisi e nel fallimento, tutti coloro i quali non riescono ad apprendere i nuovi alfabeti ed ignorano persino quali siano, ebbene, chi darà loro una risposta? Come riusciranno ad immaginare il futuro?


Un problema antropologico culturale:
LA FORMAZIONE DI QUALE CULTURA?

Una colonia di emigrati per lo più cinesi, ma non solo (ossia, di culture dove l'impossibile prevale sul possibile), si è mescolata (quindi, non integrata!) alla cultura pratese, alla quale decenni di sviluppo produttivo non hanno mai negato nulla.
La cultura dell'impossibile che prevale sul possibile, si è mescolata con quella del possibile che prevale sull'impossibile. La differenza è che si rischia un ribaltamento di ruoli. Il rischio criminogeno è che prevarrà la cultura del "devi perché è possibile". E nell'alternativa tra l'osare e il non-osare, prevarrà sempre la seconda.
Afferma l'antropologo Musìo: "La coesione di una cultura appare tanto potente quanto lo sono sovente le energie distruttrici attorno ad essa. Potrà bastare ricordare che nella condizione moderna odierna del mondo, specialmente in quella occidentale, nella quale tenderebbe a prevalere la presunta livellazione delle culture umane mediata dalla tecnologia, si sta osservando che il recupero della propria individualità culturale da parte delle varie culture, sia anche disperse, sembra essere attualmente la risposta della morfologia umana storica al pericolo della perdita del proprio principium individuationis".


Un problema antropologico criminale:
NON C'E' INTEGRAZIONE MA L' "INSALATA" D'IMMIGRATI

Aver consentito la concentrazione ad "insalata" (come si usa definire in sociologia la mescolanza ma non l'integrazione) dei cinesi, ha generato un macro fattore criminogeno che può condurre dritto ad un punto di rottura. Lo scenario è che i cinesi non sono come gli italiani, che con la valigia di cartone si recavano in America e imparavano subito l’inglese (sia pure “maccheronico”). Questi vivono come tribù e seguono un loro codice: morale, civile, economico, affaristico, antropologico e criminologico. Fino ad oggi il pratese era titolare d’azienda e il cinese dipendente, da domani sarà esattamente l’opposto. Già avviene nell’edilizia, presto in altri settori. Queste dinamiche però non significano integrazione, anzi!

Un problema di politica criminale:
LA CRISI D'IDENTITA’

Prato ha la necessità e l’urgenza di ritrovare una nuova identità. Ha necessità di comprendere il proprio passato recente per formarsi un’idea dell’attualità e dunque del futuro. I presupposti socio-criminogeni attuali sono tali, che lasciano presupporre rischi di nuovi suicidi o di crimini aggressivi, generati in senso antropologico criminale dalla perdita dell’identità endogena della città e resi poi evidenti su delle motivazioni apparenti e di mera circostanza.



[1] XI Legislatura, Audizione del Procuratore della Repubblica di Firenze, Dott. Pierluigi VIGNA, e dei Magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, Presidenza del Presidente Luciano Violante e Vicepresidente Carlo D’Amato, pubblicati all’indirizzo: http://www.liberliber.it/biblioteca/i/italia/verbali_della_commissione_parlamentare_antimafia/html/index.htm


Morti a Prato
per cause violente nel 2006

Cause violente 40
Cause accidentali 21
Infortuni sul lavoro 2
Suicidi 16
Omicidi 1

Prato. Mafia e poteri occulti.

Recenti arresti per crimini di mafia, hanno portato agli onori della cronaca, varie figure di pratesi collegati alla mafia di Antonino Vaccaro, imprenditore edile (residente a Prato) e boss della mafia del tessile (comparto mafioso che negli anni '90 ha messo in ginocchio diverse imprese).
In campagna elettorale alcuni candidati fanno accenni schizzoidi sulla legalità, tendenti come al solito ad acquisire simpatia e consenso. Si guardano bene dal dire che la mafia cinese è un portato della mafia nostrana e che Prato è stata una bella e sicura terra di conquista, non solo per l'impreparazione delle forze dell'ordine rispetto al fenomeno, ma per una strutturale situazione di disordine economico della nostra città, funzionale all'evasione contributiva e ai traffici illeciti, e che oggi offre, come frutto esotico, la mafia cinese. Il repechage che proponiamo cerca di storicizzare, in sintesi, lo sviluppo della criminalità mafiosa a Prato e in Toscana.
mv


La mafia in Toscana

Casa della Legalita' e della Cultura - Onlus
martedì 08 novembre 2005

La mafia in Toscana
di Lorenzo Frigerio


Un tessuto economico e produttivo florido, in grado di offrire enormi possibilità per il riciclaggio di "denaro sporco", la posizione strategica, e lo scarso livello di attenzione da parte delle forze dell'ordine e dell'opinione pubblica: i tre fattori principali che, combinandosi tra loro a partire dagli anni Sessanta, fecero della Toscana una tra le regioni più soggette all'infiltrazione delle cosche.

Anni 60-70: il propagarsi delle cosche grazie al soggiorno obbligato
In questo decennio, lo scioglimento della Cupola mafiosa prima e l'attuazione dei provvedimenti di soggiorno obbligato poi, spinsero i mafiosi fuori delle loro terre d'origine, in una diaspora che finì per contagiare regioni fino allora immuni come Toscana, Lombardia e Veneto.
Nel giro di un decennio, la Toscana raggiunse il terzo posto nella graduatoria delle regioni con il maggior numero di esponenti mafiosi inviati al soggiorno obbligato. Le successive testimonianze di Gaspare Mutolo e Leonardo Messina confermarono le ipotesi investigative e storiche, secondo le quali fu proprio l'abile e strumentale sfruttamento dell'obbligo di soggiorno a permettere, prima a singoli mafiosi e poi ad intere cosche, la rapida e proficua espansione delle attività
illegali.
Nel giro di pochi anni la regione divenne così uno dei principali luoghi di transito delle rotte del contrabbando di tabacchi e stupefacenti.

Anni '70-80: l'Anonima sequestri dei sardi
Oltre al traffico di droga e al riciclaggio, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, le organizzazioni criminali presenti nell'Italia centrale si dedicarono alla redditizia pratica del sequestro di persona. Le forze dell'ordine si trovarono così a fronteggiare l'emergenza sequestri che collocò la Toscana in cima alla lista delle aree più colpite da questo crimine, finendo con il distogliere l'attenzione dai traffici criminali già avviati. Furono circa trenta i sequestri di persona portati a termine in Toscana, di cui quattro si conclusero nella regione dopo che la fase iniziale era stata consumata o in Emilia o nelle Marche. Il primo sequestro, in data 3 luglio 1975 in località Rignana di Greve in Chianti, fu ai danni di Alfonso De Sayons, il cui cadavere non fu mai ritrovato.
Successivamente, in sede processuale, la maggior parte di questi sequestri furono attribuiti a diverse bande composte da elementi sardi, per lo più latitanti, stabilitisi nelle regioni centrali del paese, al seguito del flusso migratorio proveniente dalla Sardegna fin dagli anni Cinquanta.

Anni 80: i traffici di droga e armi e i business dell'estorsione e del riciclaggio
La vera svolta criminale si ebbe però all'inizio degli anni Ottanta, quando la Toscana smise di essere semplicemente uno dei tanti crocevia delle attività illecite delle cosche, finendo per destare l'attenzione delle forze dell'ordine sul grado di pericolosità raggiunta in termini di ordine pubblico.
Infatti, in quegli anni, da un lato scoppiò in tutta la sua drammaticità l'emergenza droga e dall'altro si ebbero le prime conferme investigative e giudiziarie sulle manifestazioni di fenomeni inquietanti quali l'estorsione e il riciclaggio di denaro sporco. Anche il traffico di armi, da sempre tra le attività più praticate dal crimine organizzato nella regione, assunse proporzioni rilevanti.
Fu sempre in questo periodo che agli uomini d'onore si unirono diversi elementi locali che, attirati dalla facilità di guadagno loro prospettata dall'enorme giro di denaro controllato dalle cosche, assimilarono ben presto i codici di comportamento e le modalità operative delle mafie tradizionali.
Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, emersero i gruppi mafiosi e criminali facenti capo a Domenico Casale, Salvatore Privitera, Pietro Pace, Antonino Vaccaro e Giacomo Riina: questi ultimi due, tenuti sotto controllo dagli uomini del GICO di Firenze, diedero, del tutto involontariamente, il via ad una indagine che scatenò roventi polemiche tra i giudici di Firenze e quelli di Milano.

1992: le indagini sull'autoparco di Milano
Il 17 ottobre 1992 si aprì un caso destinato ad innescare un grave conflitto tra la procura della repubblica di Milano e quella di Firenze: in quella mattinata, infatti, gli uomini del GICO di Firenze irruppero all'interno dell'autoparco di via Salomone a Milano e arrestarono i componenti del clan mafioso che da tempo vi avevano insediato la loro base operativa.
La relativa inchiesta svelò le coperture di cui avevano goduto i mafiosi dell'autoparco che avevano potuto operare indisturbati sulla piazza milanese per molti anni. La segretezza dell'operazione, con il mancato coinvolgimento della procura milanese, fu motivata dall'eccezionalità delle rivelazioni di alcuni collaboratori che parlarono degli aiuti forniti agli uomini dell'autoparco da esponenti delle forze dell'ordine e forse anche della magistratura. Ne nacque una polemica che vide coinvolti in prima persona il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli e il suo collega fiorentino Pierluigi Vigna. Successivamente le ombre gravanti sul caso furono spazzate via da una comune presa di posizione pubblica delle due procure interessate.

Casa della Legalita' e della Cultura - Onlus
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Anni '90: cosche mafiose, bande locali e Triadi cinesi
L'elemento caratteristico della realtà mafiosa oggi in Toscana è universalmente individuato nella contemporanea presenza di cosche mafiose, per lo più sicule e campane e di bande formate da soggetti autoctoni che, in seguito ad un lungo e complesso processo di interazione, hanno finito con il riproporre modelli di comportamento e attività criminali proprie delle mafie tradizionali.
Se a quest'elemento si lega il dato del profondo intreccio con la massoneria, emerso fin dai tempi della vicenda Sindona e della Loggia P2 e ancora nel corso di alcune recenti indagini, il quadro che ne emerge è davvero preoccupante.
Un ulteriore elemento di allarme fu dato dalla scoperta, avvenuta all'inizio dell'attuale decennio, della presenza distanziamenti criminali delle Triadi cinesi che, dopo aver operato inizialmente all'interno delle comunità originarie,allargarono progressivamente la loro sfera di influenza.

Anni '90: le aree a rischio
Attualmente le aree più soggette a rischio di infiltrazione mafiosa sono la città di Firenze, il Valdarno fiorentino e la Val di Nievole, con la presenza di clan di diversa origine. A Campi Bisenzio (FI), secondo le dichiarazioni di alcuni collaboratori, sarebbe da tempo operativa una decina mafiosa; a conferma di ciò sta il fatto che lungo l'asse Firenze - Prato, negli ultimi anni, sono state scoperte attività illecite riconducibili a Giacomo Riina e Giuseppe Madonia.
A Prato, nel giugno 1991, le indagini delle Fiamme gialle portarono alla luce la cosiddetta "mafia del tessile", che, guidata da Antonino Vaccaro, della famiglia palermitana di Corso dei Mille, si era specializzata nello spingere progressivamente al fallimento una serie di aziende manifatturiere per poi rilevarne la proprietà.
Oggetto di attenzioni mafiose negli ultimi decenni anche la Versilia, la fascia tirrenica compresa tra Viareggio e Marina di Massa, dove si sono riscontrati diversi casi di estorsione ed usura, legate all'intensa e sempre più sofisticata attività di riciclaggio. All'inizio degli anni Novanta, la Versilia fu teatro del feroce scontro tra le bande rivali capeggiate una da Silvio e Carmelo Musumeci e l'altra da Lodovico Tancredi che si batterono per il controllo del traffico di droga e del gioco d'azzardo, del racket delle estorsioni e dei proventi del riciclaggio.
Ad Arezzo e provincia sono state invece scoperte rilevanti operazioni di riciclaggio, alcune delle quali per opera del "cassiere della mafia" Pippo Calò. Negli ultimi anni sono emerse le tracce della presenza di uomini della 'ndrangheta. Le attività oggi prevalenti sono ancora i traffici di droga e di armi: gli uomini delle cosche e le bande locali, che spesso concludono insieme le operazioni più complesse, oltre a sfruttare certamente la ricchezza di collegamenti via terra con il resto dell'Italia e l'Europa, possono contare anche sulla conformazione particolarmente favorevole delle coste toscane che offre molti porti naturali alle flottiglie delle cosche. I proventi di questi traffici sono ripartiti tra una pluralità di organizzazioni che, insieme alle bande criminali locali, gestiscono le spedizioni in uscita e le partite di droga in entrata.

Toscana a rischio mafia
07/11/2005 - La mafia non e' un problema esclusivo della Sicilia ma riguarda tutto il Paese, anche la Toscana che negli tempi ha registrato una crescita della malavita organizzata sia italiana che straniera, in particolare quella russa e cinese.
L'allarme e' stato lanciato oggi a Firenze da Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto e da Renato Scalia, segretario regionale Silp, il sindacato delle forze di polizia aderente a CGIL. Nel mirino della mafia risultano la Versilia, buona parte della costa toscana, Montecatini e Firenze, in particolare nella zona di San Lorenzo, il quartiere dove si concentrano attivita' di vendita ambulante di fiori, di merce contraffatta, parcheggi abusivi, prostituzione, spaccio e investimenti immobiliari di larga portata. Si tratta di un fenomeno in espansione che non va sottovalutato, che richiede un attento monitoraggio per il quale e' necessario l'impiego di numerose persone. In Toscana si contano solo 800 poliziotti, un numero non sufficiente a controllare il sistema degli appalti pubblici, i piu' svariati sistemi di copertura, il riciclaggio di denaro sporco mentre la Finanziaria prevede tagli del 20% per le risorse destinate alle forze dell'ordine.
L'invito dunque e' a non abbassare la guardia, un invito che sara' ricordato anche domani in occasione del congresso regionale Silp Cgil a Firenze.

domenica 3 maggio 2009

Razzismo. Un paese pieno di cinesi.

Il 30 aprile la Repubblica di Firenze ha pubblicato la lettera di un'adolescente di origine cinese, gravemente offesa da alcuni coetanei. Il giorno seguente è uscita anche un'intervista sullo stesso quotidiano.
Riportiamo qui entrambe le cose, senza inutili commenti.
mv

Insulti e sputi sul treno regionale.
La vittima è una adolescente originaria della Cina, si chiama Maria Silvia ed è stata adottata da quando aveva pochi mesi da una famiglia che vive in provincia di Firenze. Frequenta il ginnasio. Sabato scorso tornava con gli amici da una gita al mare, erano partiti da Pisa. Un gruppetto di ventenni l´ha presa di mira, quei ragazzi l´hanno offesa e le hanno addirittura sputato addosso per il colore della sua pelle e per gli occhi a mandorla. Lei è rimasta shockata e ha deciso di scrivere una lettera (che pubblichiamo qui accanto). L´esperienza è stata molto pesante anche per i suoi amici: «La maggior parte di noi non aveva mai assistito a fatti così ingiusti e siamo rimasti tutti molto impressionati dalla violenza verbale e dagli atti oltraggiosi», scrivono nella premessa alla lettera di Maria Silvia. Lei ha anche pensato di sporgere denuncia contro ignoti alla polizia perché rintracciassero quei razzisti che l´hanno ferita, ne ha anche parlato con i genitori che le hanno promesso il loro appoggio. Poi ha preferito scrivere la lettera per manifestare il suo dispiacere per l´ultimo episodio e le difficoltà che la sua "diversità esteriore", come la chiama lei, le ha procurato in questi anni in Italia. Anzi a Firenze.
Ecco il testo della lettera scritta dalla giovane cinese offesa in treno da un gruppo di ventenni per il colore della sua pelle.
Ho sempre desiderato poter essere invisibile. Schioccare le dita e improvvisamente diventare come un filo d´erba in un prato o una goccia d´acqua nel mare: completamente trasparente. Ho 15 anni e sono una normalissima adolescente, che va a scuola,esce con gli amici e litiga con i suoi genitori. Normale. L´unica differenza è che quando avevo appena 6 o 7 mesi sono stata adottata. Per questo la mia pelle ha una sfumatura olivastra, per questo i miei occhi sono a mandorla, così differenti da tutti gli altri. Ed è per questa "diversità" che, al rientro in treno dal mare con alcuni amici, un gruppo di ragazzi di circa vent´anni mi ha insultato e sputato addosso. Inutile descrivere la profonda ferita che ha causato quel gesto, così incivile e irrispettoso, simbolo del grave declino di tutto ciò che è umano. Sputare addosso ad una persona è uno dei gesti più significativi, equivalente ad una coltellata, che affonda nel profondo e che lascia una cicatrice indelebile.
Questo è soltanto uno dei molti episodi che continuano a susseguirsi nella mia vita quotidiana, che trascorre tra insulti e umiliazioni. Tra sguardi sprezzanti che fanno spuntare il solito luccichio nei miei occhi, di quelle lacrime che bruciano sia fuori che dentro, nelle viscere, nello stomaco. Così torna il desiderio di essere inghiottita dal terreno solo per sparire davanti all´umiliazione di essere stata privata della mia dignità. Pochissimi di coloro che leggeranno questa lettera capiranno a fondo il peso delle mie parole. Il peso della diffidenza, il peso del sentirsi diversi, il peso della paura di essere sbagliati. Il peso degli insulti: che lasciano un segno incancellabile, ma che ti danno la forza di guardare avanti a testa alta, con lo scopo di poter combattere queste ingiustizie.
La più grande vergogna per me, che nonostante la mia "diversità" esteriore mi considero italiana, è sapere che troppe persone, dopo tanti anni di lotte, ancora non riescono a convivere con un qualcosa di leggermente differente. Di credere ancora che io, in quanto essere umano, non abbia diritto al rispetto che mi spetta. E tutti quelli che non combattono contro queste ingiustizie sbagliano quanto coloro che compiono azioni del genere.


Parla Maria Silvia: "Sono italiana. Non ho più voglia di subire
"Parla la ragazza di 15 anni, nata in Cina e adottata da una famiglia italiana, vittima di un episodio di razzismo da parte di un gruppo di ventenni mentre tornava con gli amici da una gita al mare.
Ha pensato di denunciarli, poi ha invece deciso di rendere pubblico l'episodio raccontandolo ai giornali
«Ho sempre desiderato essere invisibile». Ricominciamo da queste parole da maneggiare con cura, dal dolore dell´inchiostro che rotola giù dalle righe di una lettera pensata al finestrino di un treno il pomeriggio del 25 aprile. Maria Silvia, quindici anni, e altri suoi compagni di scuola tornano da una gita al mare a Quercianella. Ridono e scherzano, hanno le chitarre e gli zainetti a colori. «Che Paese di merda l´Italia, è pieno di cinesi». Come? Voi per esempio, di dove siete? «Di Firenze». Quelli: «Firenze è una città del cazzo, non ci sono più i veri italiani». Non ha bisogno di guardarsi allo specchio Maria Silvia per capire che quei ragazzi con le teste rasate, saliti a Pisa e scesi la fermata dopo, ce l´hanno con lei. Di orientale ha soltanto i tratti somatici, i capelli neri e lisci, gli occhi a mandorla. Per quegli altri basta e avanza a targarla «cinese» e riempirla di offese. «Quando sono scesi, uno di loro è venuto verso di me, io ero seduta al finestrino e lui ha sputato sul vetro, proprio all´altezza della mia faccia. Il treno è ripartito e dopo ho pianto sì, hanno pianto anche i miei amici che avevano cercato di difendermi, tutti dispiaciuti, tutti a dire che gli idioti ci sono sempre, ovunque. Lo so. Ho pensato di denunciarli e poi no, ho pensato: meglio scrivere una lettera e mandarla ai giornali. Vorrei che qualcuno immaginasse cosa provo, cosa significa portarsi addosso questa diversità, non sentirla, ma sentire che l´avvertono gli altri». Salire sul bus per andare a scuola e «avanzare tra le occhiate della gente», «avere addosso gli sguardi e provare sempre come una specie di pizzicore dietro la nuca», un disagio, la voglia che finisca presto la corsa. Ascoltare gli altri mentre parlano di te come una straniera che nemmeno capisce la loro lingua e «fare finta di niente», osservarli «quando si alzano se ti siedi tu». Maria Silvia fa il ginnasio. «Il 25 aprile è stata come la mia liberazione». Meglio avere coraggio, esporsi, rischiare magari di farsi male un´altra volta, piuttosto che macerare di nascosto le ferite, tenerle clandestine: «Ho sempre desiderato essere invisibile. Schioccare le dita e diventare come un filo d´erba in un prato o la goccia d´acqua nel mare: completamente trasparente». Questa volta no, l´orgoglio contro il pregiudizio. Seduta sul letto della sua cameretta, la porta che si apre sulla parola «Peace», due orsi, un po´ di conigli e uno zoo di peluche, il poster degli Oasis, i libri del liceo classico, il computer fuori uso: «Babbo puoi andare di là?». Tutti fuori e niente cognome per favore. «Non parlo volentieri di certe cose nemmeno in famiglia, l´ho fatto con quella lettera perché penso possa servire ad altri ragazzi come me ad avere più coraggio davanti alle offese. Magari aiuta anche quei ragazzi che mi hanno offeso a riflettere. Tutti, da una parte o dall´altra, abbiamo bisogno di aiuto. Non è giusto abbassare lo sguardo e poi andare a casa a piangere. Sono nata in Italia, la mia è una famiglia fiorentina. Ho gli occhi a mandorla eppure non sono mai stata in Cina, ma ci andrei volentieri perché mi piace viaggiare e scattare fotografie, forse questa estate forse si faranno le vacanze in California». Cos´è portarsi addosso una diversità Maria Silvia lo spiega così: «Ho sempre saputo di essere di essere stata adottata, quando eravamo piccoli la gente mi chiedeva, guardando la mamma e mio fratello: e tu come fai a non essere bionda come loro? Io arrossivo o scappavo e loro capivano e si fermavano imbarazzati». Crescere con gli altri bambini può essere considerato un percorso a ostacoli: tu da quando sei in Italia? Tu quando torni a casa tua? E poi: perché non sei come noi? Dov´è la tua vera mamma? Certe domande potranno essere spietate, ma c´è nell´essere piccoli la fame di conoscere sempre tutto. Quando si cresce invece i punti interrogativi prendono un altro peso e le parole non conoscono più la leggerezza che hanno nella bocca dei bambini: «La più grande vergogna, per me che, nonostante la mia "diversità" esteriore mi considero italiana, è sapere che troppe persone, dopo tanti anni di lotte, ancora non riescono a convivere con un qualcosa di leggermente differente» ha scritto Maria Silvia. «A scuola in questi giorni, i miei compagni mi hanno aiutato e anche la professoressa di inglese quando ha letto la lettera pubblicata sui giornali ha capito quello che mi era successo e ci è rimasta molto male. Vorrei che non si fermasse tutto qui, vorrei che non si leggesse e poi si voltasse pagina come facciamo sempre, quale è la prossima notizia? Vorrei che diventasse un impegno quotidiano quello di accettarsi tutti per come siamo, magri, grassi, dritti, storti, italiani, stranieri, con una pelle pallida o colorata».

venerdì 1 maggio 2009

Prato. Bambini shakerati.

E' proprio inconcepibile. Si sprecano fiumi di parole su argomenti secondari e si continua ad eludere la più urgente delle questioni: mettere in campo un esercito di operatori sociali, fra i quali comuni esperti di puericultura e cercare di ridurre al massimo gli effetti dell'ignoranza e di condizioni di vita distanti da un livello accettabile di umanità. Continueremo a dirlo: non basta la polizia, bisogna spendere, bene e subito in un progetto sociale interetnico di soccorso sociale.
mv

Prato, terzo caso tra i cinesi

Scuotono neonato: è in fin di vita
Il Tirreno 1/5/'09

PRATO. In Procura hanno coniato una definizione: “bambini shakerati”. Non c’è nulla di divertente. C’è solo dramma. Sono i bambini che chissà perché qualcuno scuote fino a procurare loro emorragie cerebrali. Spesso senza ritorno. Non capita a tutti: è un dato di cronaca. Ma frequentemente alla comunità cinese.
Lorenzo, cinque mesi e mezzo, un bambino dagli occhi a mandorla nato nel novembre scorso qui a Prato, è il terzo caso in due mesi. E’ ricoverato nel reparto di neurochirurgia del Meyer dopo 24 ore trascorse nel reparto di Pediatria del Misericordia e Dolce. Forse ce la farà. Ma non si sa come potrà vivere.
Ed è il procuratore capo Piero Tony a lanciare l’allarme: «Siamo preoccupatissimi della frequenza con la quale questi casi avvengono. Bisogna fare qualcosa, coinvolgere il console cinese, allertare i servizi sociali. Evidentemente le coppie cinesi, anche quelle con bimbi piccoli, sono costrette, per mantenere un ritmo di lavoro adeguato, a dare i propri figli a persone, a badanti, non affidabili». Sul suo tavolo e su quello del sostituto procuratore Laura Canovai è arrivato da poche ore un altro fascicoletto: pochi fogli, sufficienti. Un neonato cinese, la notte tra martedì e mercoledì, pochi minuti prima delle tre, è arrivato al pronto soccorso dell’ospedale in gravissime condizioni. A trasportarlo un’ambulanza che l’ha prelevato probabilmente dalla casa della baby sitter che abita nella zona della Chinatown. Lorenzo era semi-incosciente, aveva convulsioni. «Manifestava i sintomi di una meningite - spiega il primario di Pediatria Pier Luigi Vasarri - poi abbiamo scoperto emorragie a livello retinico e altri versamenti di sangue intracerebrali».

martedì 21 aprile 2009

Prato. Brutte storie d'Oriente.

Nonostante non sia fra i nostri scopi la divulgazione della cronaca nera, per dimostrare a chi ci legge che non siamo indifferenti ai problemi di legalità causati dalla massiccia immigrazione cinese, continuiamo a riportare dal quotidiano il Tirreno, il caso dei permessi illegali e dell'organizzazione italo-cinese che stava dietro questi affari sporchi. A seguire copiamo dai commenti lo sfogo, comunque lucido, di una persona che vive al macrolotto 0 e che denuncia le brutte abitudini e la prepotenza di una parte della comunità orientale. Buona fortuna a tutti i pratesi onesti e civili, italiani o cinesi che siano, e speriamo che vengano rispedite al mittente tutte le strumentalizzazioni politiche di questo problema sociale. A partire da quelle del Grande Delocalizzatore, Cenni, che dichiara pubblicamente che Prato va male perchè i cinesi spediscono a casa i soldi guadagnati. E lui no? Li lascia in Cina? MV


L’inchiesta sui permessi è solo all’inizio
Sono decine i prestanome italiani che potrebbero finire nell’indagine
PRATO. Si è avvalso della facoltà di non rispondere Domenico Scarpino, l’imprenditore pratese difeso da Francesco Mandarano che venerdì è stato arrestato insieme ad altre dieci persone nell’ambito dell’inchiesta sui permessi di soggiorno ottenuti illegalmente da centinaia di cinesi. Ha invece preferito rispondere alle domande del gip Roberto Tredici e del pm Francesco Sottosanti un altro degli arrestati, il pensionato Vittorio Rotondo, assistito da Tommaso Magni. Rotondo ha negato gli addebiti e ha cercato di spiegare la sua posizione. Ha risposto per ore alle domande dei magistrati anche un altro degli arrestati, Roberto Pastorelli, il collaboratore della Cisl di Pistoia. Anche lui si proclama innocente. E ha negato ogni addebito anche la dipendente dell’ufficio Angrafe di Pistoia, Lisetta Cobianchi.
Per l’intera giornata di ieri il giudice delle indagini preliminari e il pubblico ministero sono stati impegnati a Sollicciano negli interrogatori di garanzia di parte degli arrestati (gli altri saranno interrogati oggi).
Difeso dagli avvocati Fausto Malucchi ed Elena Baldi, Pastorelli, come detto, appena entrato nella sala degli interrogatori ha preso l’iniziativa dicendo di voler chiarire immediatamente la sua posizione. E lo ha fatto nel corso di una deposizione durata alcune ore.
Intanto, appare sempre più chiaramente come le indagini si siano tutt’altro che chiuse con gli arresti di venerdì. Sicuramente sono decine e decine coloro che, in cambio di denaro, si sarebbero prestati a stipulare finti contratti di locazione o finti contratti di lavoro per far ottenere rinnovi del permesso di soggiorno o ricongiungimenti familiari o per far entrare in Italia cittadini cinesi con i flussi contingentati. E tutti costoro, se già non lo sono, potrebbero presto essere indagati.
Per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno o per farsi raggiungere da uno o più familiari, un cittadino cinese già regolarmente in Italia deve presentare una serie di documenti, tra cui un contratto di affitto di un’abitazione idonea ad ospitare quel determinato numero di persone e un contratto di lavoro con una retribuzione sufficiente a mantenere lui e i familiari. Per questo l’organizzazione aveva bisogno della complicità di proprietari di abitazioni e di imprenditori disposti a sottoscrivere falsi contratti da portare in Questura o in Prefettura per ottenere i vari permessi. E sono tali persone che potrebbero finire (se non lo sono già) da un momento all’altro sul registro degli indagati.
Ricordiamo i nomi degli arrestati: Gu Lijun, 47 anni, di Prato; Pietro Mazzotta, 63, consigliere comunale di Rifondazione comunista a Pistoia; Vittorio Rotondo, 62 anni, di Prato; Li Peidong, 18 anni, residente a Prato; Lisetta Cobianchi, 55 anni, di Pistoia; Domenico Scarpino, imprenditore 44enne residente a Prato; Roberto Pastorelli, 58 anni, di Pistoia; Chen Sumiao, 36 anni, residente a Prato, dipendente del sindacato Inas-Cisl di Firenze; Daniela Pierini, pratese 49enne, funzionario della prefettura di Firenze; Claudio Fiaschi, 42, marito della Pierini; Ilaria Rocca, assicuratrice pratese di 43 anni.

A Prato negano che sia figlia dell’ex sindaco di Shanghai Gu Lijun, la donna del mistero
PRATO. Ormai sta diventando la donna del mistero della comunità cinese. Di lei si sa soltanto che è finita in manette nei giorni scorsi e l’accusa che l’ha inchiodata davanti alla Procura di Pistoia insieme ad altre dieci persone: favoreggiamento di immigrazione clandestina e falsificazione dei documenti per i permessi di soggiorno.
Ma sull’identità di Gu Lijun, qualche esponente della comunità orientale di Prato è pronto metterci la mano sul fuoco: la signora 47enne implicata nel racket dei permessi tra Prato e Pistoia non sarebbe infatti la figlia dell’ex sindaco di Shanghai, per tutta una serie di motivi. Se da una parte il suo nome non dice niente a molti cittadini cinesi originari di Wenzhou e della regione dello Zhejiang, dall’altra c’è chi a Shanghai ha vissuto per parecchi anni e ricorda alla perfezione i cognomi dei sindaci che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Come Chen Hongsheng, segretario dell’associazione d’Amicizia dei cinesi di Prato, uno dei primi a stupirsi dopo aver appreso dal Tirreno la notizia dell’arresto della signora Gu. «Non mi risulta che a Shanghai ci siano stati mai stati sindaci che facessero ‘Gu’ di cognome. Non conosco questa donna - racconta Chen - ma di sicuro la persona che hanno arrestato non è la figlia di un personaggio così illustre della mia città».
La sua è una tesi convalidata anche dal console Gu Honglin, appena rientrato da un viaggio in Cina, per il quale la notizia di un arresto così clamoroso, sempre che la testimonianza della signora Gu sia attendibile, avrebbe fatto certamente il giro degli ambienti diplomatici ufficiali, visto che comunque il sindaco di Shanghai rappresenta nel suo paese, come si suol dire, un pezzo grosso.
Maria Lardara


Commento di un lettore/lettrice senza firma. Io vivo a Chinatown, conosco bene alcuni cinesi che hanno voluto o cercato il modo di integrarsi, per cui non voglio fare di tutta l'erba un fascio, ma quando ti sputano vicino ai piedi e alle rimostranze ti dicono che la zona appartiene a loro e che fanno quello che voglioni (GIURO!!), oppure quando gli inservienti delle rosticcerie e ristoranti di Via Marini scricano gli olio esausti dentro i cassonetti di Via 9 Agosto, presso i quali si trovano anche 5/6 bombole di gas (vi mandero' le foto). Oppure come la signora ultraottantenne, sola al mondo, di Via Colombo, disperata perchè a qualsiasi ora della notte nella rosticceria sotto la sue camera si spacca la carne e si frigge di continuo, impregnando di miasmi i panni stesi o mandando la signora a dormire sul divano anzichè in camera sua, disturbata dal rumore.
Come, ancora, donne cinesi in avanzato stato di gravidanza, escono dal dormitorio di via 4 novembre per andare a lavorare chiuse a chiave alle taglia e cuci. Spesso avete ricordato che anche i nostri nonni ed i nostri genitori hanno lavorato senza orari e per lucro negli anni del boom, ma mi domando tutte le conquiste sindacali e della dignità del lavoratore che la sinistra (principale artefice) ha fatto conquistare negli ultino 40 anni che fine hanno fatto? Senza dimenticare che per colpa di pochi speculatori italiani (anche qui generalizzate) gli italiani rimasti hanno le case che valgono pochissimo e non possono permettersi di cambiare zona.
Grazie per l'ospitalità, scusate lo sfogo e continuerò a seguirvi con attenzione.

domenica 19 aprile 2009

Prato. Cuore di Cina.

Continuiamo a pubblicare altre puntate del libro Cuore dei cino-pratesi, in barba a chi ci lascia commenti razzisti e lancia anatemi e maledizioni.
Comunque noi auspichiamo un'integrazione anche degli aiuti, cioè che si possa fare le cose insieme anche nella solidarietà e nel volontariato, senza distinguere l'origine di chi la pratica. Certo che la distanza è ancora grande...
mv

Dal Tirreno del 19.04.'09


L’INIZIATIVA
Ragazzi cinesi pronti a partire

PRATO. Sono giovani e con tanta voglia d’impegnarsi per aiutare i “fratelli” abruzzesi. E per questo stanno pensando di fare le valigie verso le zone terremotate. Non sono però volontari pratesi: i ragazzi in questione hanno un’età compresa fra i 18 e i 20 anni e sono figli di famiglie cinesi che vivono da molti anni a Prato. A reclutarli sarà l’associazione d’Amicizia che ha raccolto così una sollecitazione del prefetto Eleonora Maffei a dare ancora una mano, dopo una donazione di oltre centomila euro. «Ancora non c’è niente di definitivo - fa sapere Chen Hongsheng, segretario dell’associazione - ma stiamo prendendo sul serio l’ipotesi di unirsi alle squadre dei volontari pratesi per dare un aiuto più diretto laggiù. Oltre ai giovani, ci sarebbero dentro la comunità cinese anche donne trentenni intenzionate a fare questa esperienza».
Anche perché la cultura del volontariato, al contrario di quanto si possa comunemente pensare, è assai diffusa nel paese della grande muraglia.
Ma.La

Il pronto moda si mobilita per gli sfollati
Trenta aziende raccolgono vestiti dopo l’appello della Croce Rossa

PRATO. Si cercano abiti e indumenti nuovi da mandare nelle zone terremotate dell’Abruzzo, per vestire coloro che hanno perso una casa, vivono nelle tendopoli, e sono rimasti senza un guardaroba per cambiarsi.
A Prato l’appello della Croce Rossa è stato raccolto dalle giovani generazioni di Associna, che stanno effettuando una raccolta di vestiario coinvolgendo le ditte di pronto moda del Macrolotto.
«Finora se ne sono attivate circa una trentina - spiega Junyi Bai, coordinatore pratese di Associna - ma l’idea è quella di allargare l’iniziativa al maggior numero possibile di aziende, facendo leva sulla loro disponibilità».
Il materiale reperito sarà consegnato alla Croce Rossa di Prato che penserà a smistarlo nelle aree colpite dal terremoto in cui ce ne sarà più bisogno.
Un’iniziativa targata Associna ma che in realtà punta ad estendersi a tutta la comunità orientale.
«Questo perchè la solidarietà non deve conoscere divisioni, ma semmai rinsaldare l’unità verso un nobile obiettivo, che è quello di aiutare le popolazioni colpite da questa tragedia», fa notare ancora Bai.
Associna lancia un appello a tutti gli imprenditori tessili, italiani e cinesi, perchè aprano le porte dei loro magazzini a sostegno della raccolta.
Attenzione, però: servono vestiti nuovi, non usati, come si affrettano a precisare. Chi è interessato a contribuire alla raccolta di ventiti può rivolgersi alla rete delle seconde generazioni cinesi, mandando una mail all’indirizzo: info@associna.com.
M.L.

martedì 12 febbraio 2008

Perché il Capodanno Cinese diventi una festa di tutta Prato

Sabato e domenica prossimi si terranno a Prato le sfilate del Dragone tradizionali per i festeggiamenti del Capodanno cinese. Un momento fondamentale per i tanti cittadini pratesi di etnia cinese, ed una occasione per dare un segnale diverso da quelli degli anni passati, spesso caratterizzati da polemiche e posizioni dal forte sentore xenofobo.
E ci fa piacere che quest'anno i festeggiamenti si tengano con il sostegno dell'Assessorato alla Città Multietnica, una vera svolta rispetto allo scorso anno: di questo, è bene ricordarlo, dobbiamo ringraziare l'azione non solo delle associazioni della comunità cinese, ma anche delle tante associazioni italiane che si sono impegnate in tal senso.
Anche noi di Municipio Verde speriamo che questo sia il primo passo perché il Capodanno cinese diventi una festa di tutta la città, e non solo di una parte di essa: una grande occasione di incontro, scambio, conoscenza e perché no, divertimento comune.
Per questo, invitiamo tutti i nostri lettori ad assistere alle sfilate, in particolare a quella di domenica che toccherà tutto il centro cittadino, a partire dalle 9,00, e si concluderà in piazza del Comune.

Municipio Verde