TANTI INTERESSI PRIVATI NON FANNO UNA CITTA'!

La mer, la fin...

martedì 28 ottobre 2008

Scuola. Sandro Veronesi al Copernico di Prato.

IL RACCONTO Lo scrittore Sandro Veronesi tra i ragazzi dell'istituto di Prato che lui stesso aveva frequentato.
"Nel liceo dove studia mio figlio
ho scoperto l'occupazione-modello"
di SANDRO VERONESI



DUNQUE. L'altra mattina ho deciso di andare a dare un'occhiata al liceo dove si è appena iscritto uno dei miei figli, lo Scientifico Niccolò Copernico di Prato, che è occupato da lunedì scorso. Mica per nulla: ha più di millequattrocento studenti, e sentire mio figlio quattordicenne dire "occupiamo" o "facciamo autogestione" mi ha un po' stranito - così sono andato a vedere cosa stavano combinando. Tra l'altro, è lo stesso liceo che ho fatto io, e questo un po' mi emozionava, ma è pur vero che la sede è cambiata, perciò non correvo il rischio proustiano di sprofondare nella memoria involontaria. Fin dall'ingresso ho cominciato a constatare qualcosa di sorprendente, di cui vorrei dar conto: si tratta davvero di un'occupazione-modello. Tanto per cominciare, il servizio d'ordine c'è e funziona. Non è nulla di intimidatorio, ma si capisce che gli studenti hanno ben chiaro il pericolo di infiltrazioni che minaccia ogni occupazione, e stanno parecchio attenti. Gliel'ho chiesto: "Chi ve l'ha insegnato a fare un servizio d'ordine come questo?". E la risposta è stata: "L'esperienza". Già, perché i più grandi tre anni fa hanno partecipato a un'altra occupazione e qualcosa l'hanno imparata lì, ma soprattutto ogni anno in questa scuola viene attuato un progetto che si chiama "Agorà", d'accordo con preside e professori, che prevede tre giorni di autogestione totale, per far funzionare il quale gli studenti hanno imparato le tecniche per difendersi dal virus del disordine. D'altra parte, l'occupazione di questo liceo ha luogo anche grazie alla responsabilità che si sono presi preside e docenti, non è conflittuale, ed è basata su un patto di fiducia reciproca: per esempio, le lezioni sono comunque garantite, per tutti quelli che vogliono farle.
Sono sceso nell'aula magna, dov'era in corso un forum alla presenza di centinaia di ragazzi, e mi sono messo ad ascoltare. Stava parlando un esponente locale di Forza Italia, che difendeva i decreti 133 e 137 con gli stessi bizzarri argomenti con cui li difende Berlusconi - negando, cioè, che genereranno i gli effetti per i quali sono stati concepiti. Be', con mia sorpresa non veniva subissato di fischi - anzi, c'era anche un manipolo di studenti che lo applaudiva. Poi però i ragazzi hanno cominciato a fargli le domande, e nel farle hanno mostrato una competenza sull'argomento dinanzi alla quale la sua retorica semplificatrice è parsa abbastanza miserella. Ero ammirato: quel forum era migliore di ogni talk show che si vede in Tv, ma di gran lunga. Purtroppo però avevo un impegno e sono dovuto andar via, e così sono tornato l'indomani, con tutta la mattina a disposizione per partecipare al forum - anzi, arrivato lì ho scoperto che il forum ero io. Mi hanno dato un microfono e mi hanno fatto parlare, e io mi sono detto attenzione a quello che dici, Sandro: questi ti ascoltano davvero. Perciò ho parlato secondo coscienza, evitando furore, demagogia e linguaggio scurrile. Li ho rincuorati riguardo al timore di un'irruzione della polizia perché, a quanto pare, il ministro dell'Interno su questa faccenda la pensa in maniera un po' più sfumata del presidente del Consiglio. Li ho incoraggiati ad abbracciare una volta per tutte l'idea di complessità contenuta in tutto quello che studiano, per contrastare la pochezza che ispira questa sventurata stagione civile; gli ho detto che dopotutto la scuola è fatta da esseri umani, e nessuna legge, per quanto sbagliata o dannosa, può impedire agli esseri umani di agire con intelligenza; gli ho detto che il vero problema è la fine del nostro modello socio-economico, che si trova a vivere gli spasmi terminali di un'agonia madornale e gli ho spiegato perché l'Islanda, fino a ieri il paese più ricco d'Europa, è fallita e come sistema-paese non esiste più. Ma soprattutto li ho scongiurati di fermarsi in tempo dinanzi a qualsiasi tentazione di abbassarsi un passamontagna sulla faccia, perché nella rabbia il valore della loro esperienza si disperderebbe completamente, e il bel gesto d'immaginazione che stanno facendo adesso finirebbe giù per il cesso. Insomma mi sono impegnato al massimo, e mentre ero lì che mi impegnavo al massimo pensavo che impegnarsi al massimo è il minimo che si possa fare, in questo momento, dinanzi a quest'esempio di cosa difficile fatta così bene. Alla fine, però, ho avuto l'impressione di avere sbrodolato cose che la maggior parte dei ragazzi sapeva già - anche perché nell'aula c'erano molti professori, e di molte cose devono averne già parlato con loro. Anche la raccomandazione da buon padre di famiglia, di cominciare a pensare a come e quando interrompere l'occupazione, riprendere lo studio e trasferire la protesta in altre iniziative permanenti fuori dall'orario scolastico, potevo risparmiarmela: i ragazzi ci hanno già pensato, contano solo di arrivare alla fine della settimana. Nella calca, uno di loro mi ha avvicinato e mi ha chiesto se avrei letto una cosa; gli ho detto di sì, lui mi ha allungato un foglio ma quando ha visto che mi apprestavo a leggerlo lì mi ha suggerito di farlo a casa, con calma, perché era un po' lungo. Stava per cominciare un altro forum, del resto, sulla legalità, tenuto da un avvocato, e bisognava lasciare l'aula magna. Me ne sono andato con uno strano orgoglio retroattivo: l'orgoglio di esser stato anch'io uno di loro - di aver fatto il liceo in un istituto che trent'anni dopo si sarebbe distinto come esempio nazionale in una situazione confusa, complessa e tecnicamente illegale come un'occupazione. Quando c'ero non l'avrei detto, ecco. Poi, camminando verso casa, ho letto il foglio che mi aveva dato il ragazzo: vista la ritrosia con cui mi aveva pregato di non leggerlo lì pensavo fosse un racconto, o una poesia. Invece era la trascrizione, scaricata da Internet, di un brano del discorso che Piero Calamandrei pronunciò al III Congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma, l'11 febbraio 1950. Un brano illuminante, nella sua attualità. Tornato a casa, sono andato a cercarmelo e l'ho letto per intero - cosa che consiglio a tutti di fare. Poi ho acceso la TV e, a proposito del vero problema, ho saputo che nel frattempo era fallita anche l'Ungheria.


(25 ottobre 2008)

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