E nella sua intervista, rilasciata a Paolo Toccafondi, dice cose ben precise, che non commentiamo ma evidenziamo solamente.
Ai lettori decidere...
MV
da il Tirreno del 14/12/08
Pronto a chiudere i locali a rischio
Parla il questore: «Ma non si può parlare di emergenza sicurezza»
«La priorità rimane la lotta all’illegalità e stiamo ottenendo risultati importanti Chiuso definitivamente un internet point»
PAOLO TOCCAFONDI
PRATO. Nell’aria da campagna elettorale permanente che agita ormai anche Prato, irrompe di ritorno il tema dei “militari in città”. I commercianti del Comitato centro storico lanciano una raccolta di firme da inviare al ministro Maroni per avere anche i militari a combattere l’“emergenza sicurezza”, le associazioni di categoria sembrano seguirli. Ma è giusto parlare di “emergenza sicurezza” a Prato? Lo abbiamo chiesto al questore Domenico Savi.
Cominciamo da qualche dato aggiornato. I numeri cosa dicono?
«Abbiamo i dati del primo semestre 2008. A fronte di un lieve calo nei reati contro il patrimonio, c’è un incremento degli scippi dovuto ad alcuni personaggi. Ci furono i due minorenni italiani individuati dopo un’indagine l’estate scorsa. Poi un’altra coppia di ragazzi italiani, uno appena maggiorenne con precedenti, l’altro un adolescente, che più recentemente abbiamo preso in flagrante. Ora c’è una coppia di maghrebini che ha messo a segno diversi colpi nella zona cinese, ai danni di donne. Ma li prenderemo».
Preoccupano le rapine.
«Anche per le rapine c’è una lieve flessione rispetto ai primi sei mesi 2007, nonostante siano aumentate le rapine agli istituti di credito».
Resta il fatto che le rapine in banca col taglierino non colpiscono più di tanto. La rapina al ristorante ha un impatto maggiore.
«Non c’è dubbio che un’azione cruenta come quella al “Donchichotte” colpisca di più. Noi ci stiamo impegnando al massimo, come per gli scippi. Tutta la questura è in campo. Per questo periodo di feste abbiamo quattro equipaggi in più sulle strade, due a piedi e due in auto, dalle 9 alle 21. Nessun reato, anche quello piccolo, viene accantonato, perché sappiamo che questi influiscono sulla sensazione diffusa di insicurezza. Restano comunque i dati oggettivi: i numeri testimoniano una situazione che non si può definire eclatante. Ripeto, i reati sono stabili o in calo. I furti nelle case, ad esempio, sono diminuiti di qualche centinaio».
Lei ha vissuto per alcuni mesi in centro. Che impressione ne ha ricavato?
«Ho abitato in via Cairoli e la sensazione era piacevole. Credo che si faccia un po’ di confusione. L’insediamento e la concentrazione in certi angoli anche pregiati del centro di alcune etnie comunica un senso di abbandono, di precarietà, di degrado. Ed è indubbio che certi esercizi facciano da punto di riferimento per queste frequentazioni.».
Su alcuni locali siete intervenuti drasticamente.
«La rissa violenta del giugno scorso in via Magnolfi ha portato al provvedimento di chiusura del locale; poi c’è stato un altro episodio all’Alì Babà che ha rinfocolato le polemiche, ma si trattava di cosa ben diversa. Allora va fatta una discussione sui modi di recupero del centro e la politica degli insediamenti è un punto importante della discussione. Il centro dovrebbe essere essere il fiore all’occhiello della città, avere residenze di pregio. Bisogna capire perché invece in alcune strade stanno nascendo dei ghetti. Ma non si può ammantare tutto sotto il tema della “sicurezza”».
Non vede episodi allarmanti?
«Qualche spaccata o un furto in via Cairoli, sono piccoli episodi da cui si sono tratte conclusioni esagerate. E comunque stiamo intervenendo a tappeto. Da tre mesi ho ripristinato una pattuglia fissa entro le mura, la zona di via Cironi credo sia ormai la più controllata d’Italia. Così come un lavoro a tappeto lo stiamo facendo sugli internet point: proprio stamani (ieri ndr) ho firmato la prima revoca di un’autorizzazione a un internet point nella zona cinese. Noi dobbiamo garantire il rispetto delle regole. Le modalità di indirizzo urbanistico e commerciale spettano all’amministrazione che deve fare scelte qualitative».
Quindi a suo giudizio non c’è un’emergenza sicurezza in centro.
«Dire che il centro non è frequentabile per motivi di sicurezza è un’affermazione arbitraria. Non sono d’accordo».
Eppure il Comitato centro storico raccoglie le firme perché il ministro Maroni mandi l’esercito e le associazioni economiche sembrano sensibili all’argomento.
«Posso capire il comitato che bisogno di conquistarsi uno spazio, un po’ meno le associazioni economiche. Come se le condizioni di sicurezza fossero la causa di tutti i problemi economici. E’ un’interpretazione forzata che mi lascia perplesso. Ma forse è fatale, in una fase di ricomposizione del governo della città, che la sicurezza sia tema di discussione».
Lei come giudica l’eventualità dell’impiego dei militari in città?
«Posso dare un giudizio tecnico. Controindicazioni non ne vedo, se così il cittadino si sente più sicuro. Precisando che i militari vengono utilizzati per i presidii a piedi. Nelle grandi città vengono utilizzati davanti a obiettivi sensibili (consolati, ambasciate, ecc.), ma quella è una presenza diversa. Nelle città come le nostre avrebbero una funzione di rassicurazione sociale; una presenza discreta che potrebbe fare da deterrente alla microcriminalità».
Avrebbero una reale utilità?
«Per dirlo bisognerebbe vedere i risultati nelle città in cui sono stati impiegati. Ma ci sarebbe un’altra possibilità».
Quale?
«Che questi militari venissero spesi con versatilità nella logica più ampia e qualificante della lotta allo sfruttamento della manodopera clandestina. Per questo nel comitato in prefettura l’estate scorsa si era parlato dell’impiego preferibile di militari dell’arma dei carabinieri».
La lotta all’illegalità resta dunque la priorità?
«La comunità cinese di Prato è un unicum a livello mondiale e va affrontata in maniera specifica. Negli ultimi mesi c’è stato un salto di qualità che ha visto agire insieme tutte le amministrazioni. Abbiamo verificato quali erano le procedure disponibili e poi siamo intervenuti con più controlli e più efficacia. Il gradualismo e la comunicazione con la comunità restano lo strumento principale per risolvere i problemi di legalità. Ma per fare questo bisognava che le istituzioni affermassero la loro capacità di incidere. Oggi notifichiamo ai titolari irregolari dei capannoni ordinanze sindacali che impongono la chiusura dell’azienda e l’inagibilità: e non possono riaprire l’attività dopo due mesi come accadeva prima».
Basterà per spingere la comunità cinese a emergere dall’illegalità?
«Ci porterà a una dialettica con i maggiorenti della comunità cinese, li spingerà a trovare un’intesa partecipata per mettersi gradualmente in regola. Questo è l’obiettivo da perseguire. Il nostro ufficio immigrazione ha svolto quest’anno 1.200 pratiche di espulsione: sono numeri da città metropolitana, il doppio di Firenze, tanto per dire».
C’è una specificità della criminalità a Prato?
«Le situazioni particolari sono quelle legate alla comunità cinese: l’attività delle bande giovanili, il sistema di regolare i coontenziosi all’interno della comunità».
Per il resto?
«Il piccolo spaccio non è diverso da quello che c’è a Pistoia o a Firenze. La criminalità comune manifesta qualche complessità maggiore, ma ci sono delle ragioni. Prendiamo le rapine in banca: qui ci sono ben 35 istituti di credito con una quantità straordinaria di sportelli. E nonostante la crisi, Prato ha fama di essere una città in cui circola denaro, e quindi appetibile per la criminalità».
Ma niente di specifico per il centro.
«Leggo ogni mattina il rapporto dei miei uomini e trovo pochi episodi di rilievo. Poi la rapina al ristorante ha fatto esplodere l’attenzione dei media. L’altra sera mi è capitato di vedere una tv locale che dava la notizia di una spaccata: il titolo era “Prato, la città allo sbando”. Per una vetrina infranta?».
Le sue esprienze precedenti cosa le suggeriscono?
«Ho lavorato per anni a Genova. Lì in centro alcune zone sono diventate dei suk. Spero che Prato non vada in quella direzione. Prato deve decidere cosa vuol fare della parte più bella del suo territorio. Per far questo, ripeto, diventa fondamentale capire le possibilità amministrative di orientare e regolare certi insediamenti».
E con i locali a rischio?
«I locali frequentati da pregiudicati o che sono luogo di spaccio, vanno chiusi; non si può mettere un poliziotto fisso. Se non ricorrono altre condizioni di orientaento amministrativo sono determinato a utilizzare l’articolo 100, lo stesso usato per chiudere il bar di via Pier Cironi e il Siddharta. Il secondo comma, su cui ci sono varie interpretazioni di giurisprudenza, consente la revoca definitiva delle autorizzazioni, superando anche il sindaco, quando vi siano concreti motivi di ordine pubblico».





1 commento:
La caduta di un potere ( il Sindaco di Prato )libera idee ed energie ( il questore )che talvolta possono risultare utili alla risoluzione dei problemi altrimenti non risolvibili per vizi tra sistemi di competenze in equilibrio fra loro .
Ma allora può funzionare il ricambio !
Franco
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