Onestamente, però, poco ci convince la risposta degli operatori, ancora una volta incentrata sull'aumento di redditività, che normalmente si traduce nella contrazione delle voci di spesa, prima fra tutte quelle per il personale, e sulla ricerca a tutti i costi di mercati "esteri", rimanendo saldamente ancorati al tessile.
Purtroppo, anche se ancora non è evidente, questa strada rischia di portare a problemi ben più consistenti, ed in tempi relativamente brevi...
MV
da il Tirreno del 07/10/08
Aziende in crisi, saltano i pagamenti
La società di assicurazione crediti: «Aumentati i “sinistri” del 58%»
Lafiosca (Siac): «Molti lanifici creano brand e fanno capi finiti ma questa non può essere la soluzione per tutti. E’ un settore non facile»
PRATO. Primo. Riorganizzazione del commerciale avvalendosi di personale preparato capace di muoversi nei mercati difficili e con competenze specifiche sulle nuove nazioni che entreranno nell’Unione europea. Secondo. Riduzione dei costi e della filiera interna se gravosa per i conti dell’azienda. Terzo. Investimenti sul prodotto privilegiando tessuti tecnici e non classici. Quarto. Inserire manager nell’azienda da affiancare ai proprietari che non possono mancare ma neppure devono far tutto da soli. Quinto. Ricapitalizzare le aziende riparametrandosi ai livelli europei in modo da non rischiare di rimanere fuori dall’accesso al credito. Sono questi i cinque consigli che la filiale pratese di assicurazione crediti Euler Hermes Siac, una delle più importanti tra quelle che operano nel distretto, darebbe a un imprenditore che vuol continuare a fare tessile nel distretto di Prato. Cinque punti non esaustivi e da ben calibrare ed quilibrare ma che gli agenti generali Girolamo Lafiosca e Marcello Carrara Cagni, con il procuratore Alessandro Limberti, darebbero a un loro cliente.
Poco più di un gioco, a fine intervista, ma che serve con poche frasi ad evidenziare i deficit di numerose aziende tessili pratesi che stanno vivendo un periodo difficilissimo. Il più difficile da quando il manifatturiero ha cominciato a perdere colpi.
«I primi segnali di quanto sarebbe accaduto oggi - spiega Lafiosca - si sono visti due anni fa ma è dall’ottobre del 2007 che abbiamo avuto delle certezze. Le aziende di materie prime hanno cominciato ad acquistare strapagando per il dollaro troppo debole rispetto all’euro mentre i consumi dell’area mediterranea, Spagna compresa, calavano notevolmente. In più si aspettava il momento in cui gli Usa avrebbero avuto problemi finanziari».
Una situazione mondiale che fin da subito ha avuto i suoi effetti anche qui. «Abbiamo registrato - è sempre Lafiosca a parlare - una diminuzione degli importi da affidare e per cifre sempre più parcellizzate».
Ed è in quel momento che la società ha dato il primo segnale. «L’effetto è stato un giro di vite - sottolinea Carrara Cagni - ma lo stimolo era quello di dire ai nostri clienti di puntare sulla redditività e non sul fatturato e soprattutto di cambiare le regole del gioco. Lavorare con i clienti affidabili perché i mancati pagamenti avrebbero potuto creare danni davvero gravi alle loro aziende».
E infatti i “sinistri”, mancati o ritardati pagamenti, da giugno ad oggi sono arrivati a percentuali record. Nel settore tessile si è registrato un più 58 per cento da giugno ad oggi. «Si sta vivendo - sottolineando alla Siac - una situazione internazionale difficilissima che richiede un cambiamento delle regole del gioco e che, a Prato, si lega a un momento di cambio generazionale all’interno delle aziende. Un cambio generazionale, che secondo noi, deve essere legato all’affiancamento di manager anche se trovarne di bravi è molto difficile dal momento che non ci sono scuole che danno una preparazione specifica abbinata al lavoro in azienda. Servirebbero manager calati in questa realtà che sappiano progettare lo sviluppo aziendale».
Tra i punti deboli di Prato c’è la scarsa managerializzazione delle aziende ma anche, in questa fase, un impegno ad investire piuttosto ridotto e una capitalizzazione delle società bassa.
«Prato si è sempre autoregolata - spiegano i tre agenti di Siac - ma oggi le condizioni generali sono cambiate. Serve personale in grado di gestire i cambiamenti e l’evoluzione della società, aziende capitalizzate perché i cordoni del credito si stanno sempre più restringendo e non si può stare sul mercato senza la collaborazione delle banche. Inoltre è necessario investire in ricerca ma anche trovare attività per diversificare. E questo ad onor del vero in molti lo stanno facendo sia nell’immobiliare, che ora è più fermo, sia nell’alimentare».
E c’è anche chi invece ha scelto di scendere a valle, includendo anche l’abbigliamento? «Numerosi lanifici - a parlare è Carrara Cagni - hanno scelto di aprire nuove società da abbinare alla produzione. Producono capi finiti. Se alcune realtà stanno andando bene è anche vero che questa non può essere la soluzione per tutti e per quel che ci riguarda le difficoltà nei pagamenti le troviamo soprattutto nei dettaglianti che soffrono dell’importante riduzione dei consumi».
Allora come muoversi. Aziende grandi o piuttosto micro come consigliava lo chef manager Google ospite, qualche giorno fa, a Prato. «Micro va bene per la rete e per prodotti specializzatissimi mentre per altre attività, come può essere il tessile a Prato, servono aziende flessibili ma ben strutturate».
E comunque rimane sempre la difficoltà di compere con la Cina. «L’effetto Cina - spiegano alla Siac - tra un po’ si calmerà. Crediamo che quel Paese debba darsi una regolata, non può continuare ad agire sul mercato con una moneta svalutata e senza rispetto per l’ambiente. Saranno tutti i paesi del mondo a far capire che così non va e quando anche loro competeranno ad armi pari qui ne avremo un beneficio. Ovviamente non si può pensare che tornerà com’era una volta. Ci saranno ancora selezioni ma crediamo che gli imprenditori ancora credano in questo settore. E che ci sarà un futuro se si faranno le mosse giuste come cambiare il modo di vendere, mettersi al passo delle regole di Basilea2 e soprattutto aver ben chiaro in mente cosa si vuol fare. Comprese alleanze con altri produttori nel mondo. E, aggiungiamo, con aiuti dal nostro Paese come una politica fiscale promozionale e scuole specializzate nella formazione del personale. Il tessile è come una barca e qualcuno, nel Paese, deve decidere di guidarla».
E, a Prato, secondo voi l’Unione industriale sta guidando questa barca? E’ quasi un coro quello di Lafiosca, Limberti e Carrara Cagni. «In questo momento - dicono - l’Unione dovrebbe fare da catalizzatore di idee, fare analisi, tirare il carro favorendo patti tra i produttori. Una soluzione sarebbe trovare prodotti unici e far sì che questi diventino patrimonio del distretto senza che vengano svenduti dalle singole aziende. Com’è accaduto in passato con il cardato. Ora lo fanno tutti come noi a prezzi più bassi».
Ilenia Reali





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