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La mer, la fin...

giovedì 27 novembre 2008

Economia. Distretti paralleli

Certo.. I pratesi hanno sempre accolto tutti a braccia aperte... Tipo i "marrocchini" (definizione classica di qualche pratese doc) che venivano dal Sud Italia, insomma...
Sul piano economico, la lettera di Pratofutura presenta delle aporie non di secondo piano, perché se il "distretto cinese" delle confezioni si pone verso un target di mercato che le stesse aziende pratesi sembrano non gradire (fascia mediobassa di mercato versus fasce alte), non si vede come questo possa rappresentare una "emorragia di opportunità e vantaggi" per il distretto pratese, che ha deciso da tempo di non investirci - e per evidenti ragioni ed opportunità economiche.
Ed è altrettanto difficile appellarsi ad uno spirito di cooperazione fondato sulla accettazione degli "stessi valori" quando, in realtà, è proprio l'accettazione del valore del profitto costituisce ad oggi il nerbo del distretto "legale", come è possibile desumere dalle recenti polemiche sulla concorrenza sleale e sulle tariffe praticate da alcuni terzisti, piuttosto che le audaci politiche di "esportazione" dell'attività produttiva all'estero per la minimizzazione dei costi.
In questo, il "distretto cinese" ha pienamente colto l'essenza delle dinamiche attuali di una bella fetta dell'imprenditoria nostrana. E non si tratta solo di "avidità"...
MV


da il Tirreno del 27/11/08
Se i distretti paralleli decidessero di cooperare

Ci sono una serie di incomprensioni nel leggere il fenomeno dei distretti cosiddetti “paralleli”. Il distretto pratese, nella sua storia dal dopoguerra, ha sempre mostrato segnali di apertura nei confronti degli immigrati, accogliendoli ed integrandoli nella comunità locale. Sta succedendo qualcosa di diverso oggi? Innanzitutto occorre diversificare le ipotesi fra le varie etnie che sono giunte a Prato negli ultimi anni. Si può parlare di “distretto parallelo” solo nel caso della forte ondata di immigrazione cinese, che negli ultimi dieci anni ha raggiunto valori tali da rendere Prato un case study nel panorama italiano.
La comunità cinese si è insinuata in una specializzazione che a Prato aveva poco corpo: quella delle fasi a valle rispetto all’industria tessile storica. Un campo che i pratesi tentavano di presidiare con molte incertezze. Opportunità che l’avidità degli affaristi cinesi ha saputo cogliere al volo. Questo li ha resi praticamente invisibili nei primi anni di insediamento, quando le confezioni non erano considerate ancora importanti nel nostro distretto. Adesso che il numero delle imprese di confezioni è relativamente cresciuto di importanza con il contributo di alcune imprese che hanno investito nel marchio e nei canali di commercializzazione, si è creata una condizione di comunità nella comunità per la crescita consistente del numero di imprese di confezioni gestite da cittadini cinesi; la “chiusura” tra le due comunità ha creato un fenomeno di distretto nel distretto. Non ci riferiamo soltanto a regole differenziate, a presenza di diritti ed assenza di doveri, ma ci riferiamo anche alla mancanza di circolazione di informazioni trasparenti e chiare fra le due comunità coinvolte: gran parte della ricchezza generata da tali attività, a differenza del passato, non è più distribuita nel distretto ma viene trasferita oltre confini territoriali.
La presenza di confezionisti cinesi nel distretto di Prato potrebbe chiudere la filiera del prodotto in fasi ancora più avanzate, ma perché ciò avvenga è necessario un cambio di target di mercato. Le aziende storiche pratesi, infatti, da anni hanno scelto l’upgrading di prodotto mentre le aziende cinesi si sono collocate sulla fascia medio bassa di mercato e quindi i circuiti di produzione e di distribuzione delle merci sono totalmente differenti.
Per posizionarsi su segmenti più alti, tuttavia, l’unica strada è la regolarizzazione e la selezione fra le imprese cinesi sul territorio. In questa situazione di indeterminatezza, invece, gli imprenditori cinesi risultano molto avvantaggiati e protetti dai loro stessi legami e connessioni. Infatti, i loro stretti collegamenti con la madrepatria e con aziende collocate in Cina, per le quali producono e commercializzano prodotti, li rende aperti a scambi transnazionali di cui le imprese pratesi sono totalmente escluse. In un settore come quello della moda, in cui la proiezione sui mercati internazionali e la rete di relazioni fanno la differenza, queste “economie transazionali” di cui godono solo le “imprese etniche” le rendono più avvantaggiate. Non è una situazione di costo, ma di reali maggiori opportunità. Se a queste aggiungiamo i comportamenti al limite del lecito e illegali e la fuoriuscita di valore aggiunto con destinazione Cina, ci rendiamo conto che il distretto pratese è sottoposto ad una emorragia di opportunità e di vantaggi, di risorse finanziarie che lo sta debilitando. Ben altro scenario potrebbe aprirsi se dai due distretti paralleli si potesse passare ad un unico sistema, ad un distretto che induca tutti gli attori economici ad operare in una logica di cooperazione. I vantaggi sarebbero duplici, sia per il territorio che per le singole imprese e maggior potrebbe essere la proiezione sui mercati internazionali. Perché ciò avvenga, occorre agire sulla convergenza, sulla accettazione degli stessi valori (sul lavoro invece che sul profitto) e sul completo allineamento di tutte le imprese presenti sul territorio, scegliendo una politica condivisa dalle istituzioni, che al contrario, in questo momento storico, hanno idee molto differenziate su come porsi nei confronti della comunità cinese.
Pratofutura

2 commenti:

Damiano ha detto...

L'aporia denuciata da Mv si risolve facilmente se invece di estrapolare una frase si analizza tutto il concetto.

" Per posizionarsi su segmenti più alti, tuttavia, l’unica strada è la regolarizzazione e la selezione fra le imprese cinesi sul territorio. In questa situazione di indeterminatezza, invece, gli imprenditori cinesi risultano molto avvantaggiati e protetti dai loro stessi legami e connessioni. Infatti, i loro stretti collegamenti con la madrepatria e con aziende collocate in Cina, per le quali producono e commercializzano prodotti, li rende aperti a scambi transnazionali di cui le imprese pratesi sono totalmente escluse. In un settore come quello della moda, in cui la proiezione sui mercati internazionali e la rete di relazioni fanno la differenza, queste “economie transazionali” di cui godono solo le “imprese etniche” le rendono più avvantaggiate. Non è una situazione di costo, ma di reali maggiori opportunità. Se a queste aggiungiamo i comportamenti al limite del lecito e illegali e la fuoriuscita di valore aggiunto con destinazione Cina, ci rendiamo conto che il distretto pratese è sottoposto ad una emorragia di opportunità e di vantaggi, di risorse finanziarie che lo sta debilitando."

Dire inoltre che il distretto tessile pratese si è fondato sul "valore" del profitto non è corretto. Ed è smentito da tutte le ricerche sui distretti.

Questa tesi non corretta affermata da MV è stata smentita anche dal sociologo pratese area Ds Andrea Valzania martedì scorso alla presentazione del rapporto immigrazione 2007 della Caritas. Valzania ha detto che i valori etici e interpersonali che hanno costituito il fondamento del distretto pratese sono ora sostituiti nei rapporti economici con la comunità cinese da rapporti impersonali basati esclusivamente sul "valore" del denaro.

Municipio Verde ha detto...

Proprio nella citazione di Damiano rimane l'aporia: perché mai gli imprenditori cinesi dovrebbero lanciarsi su un mercato di elevata qualità, ma che presenta ovviamente margini di rischio più elevati, quando sanno benissimo di avere mercato per la loro produzione, soprattutto in tempi di crisi economica? Le imprese pratesi hanno da tempo deciso di non affrontare quel settore, se non attraverso una forte delocalizzazione delle produzioni (ad esempio le tante confezioni in Romania), ed hanno sempre utilizzato, ovviamente, canali di proiezione sui mercati internazionali diversi. Quindi si continua a non capire dove sarebbe quell'emorragia di opportunità e vantaggi per il distretto pratese. Nel segmento delle fasce basse, non esistono opportunità, e anche in termini di "vantaggi" il settore delle confezioni è orami decenni che non ne ha più, in contesti di postindustrializzazione.
Sulla logica del profitto, che dire? Potremmo tranquillamente sostenere che le ricerche sui "valori" sono spesso falsate da un processo di "opacizzazione" dei veri fini attraverso la copertura con valori accettati ed accettabili. Ecco quindi il "lavoro" che diventa valore, ma che continua a nascondere l'obiettivo (per il resto, assolutamente legittimo) del profitto... Anche a tutti i costi, in qualche caso...