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La mer, la fin...

martedì 11 novembre 2008

Economia. Ancora sulle rimesse dei cinesi

Il lungo articolo, pubblicato sul Tirreno, derivato dalla notizia delle copicue rimesse che gli immigrati del territorio pratese "spediscono" nei loro paesi di origine è interessante per i numeri che riporta, ma molto criticabile, per usare un eufemismo, nella parte di analisi.
Perché in tutta onestà dovrebbe spiegare quali sono le "ragioni economiche e matematiche" che ostano alla possibilità che i tanti imprenditori e lavoratori cinesi di Prato e provincia riescano a produrre abbastanza ricchezza da far impennare i trasferimenti all'estero. Dire "sono bravi, ma non possono essere così bravi" è una affermazione priva di un senso logico.
Per un semplicissimo motivo: il territorio pratese è anche quello con una incidenza veramente notevole di attività imprenditoriali e manifatturiere gestite da cittadini stranieri, che ovviamente producono molto più reddito di quanto ne possa produrre il lavoro dipendente. Basterebbe questo a spiegare la riduzione della media di altre realtà, dove sono altresì molto più alte le incidenze delle altre etnie sulla popolazione immigrata -anche una riduzione così marcata.
Di altre spiegazioni ce ne sono tante, ma non sono le uniche, e non sempre vanno nel senso di segnalare delle irregolarità (che pure ci sono, e sono tante!).
Ma, come abbiamo anticipato ieri, cercheremo di analizzare meglio questi dati: siamo veramente curiosi di vedere cosa ne uscirà...
MV

da il Tirreno del 11/11/08
Il denaro da esportazione è in contanti

A Prato un canale privilegiato per spedire i soldi verso l’Oriente



La maggior parte dei 449 milioni di euro partiti da qui nel 2007 arrivano da fuori e passano dall’“imbuto”
PAOLO NENCIONI



PRATO. L’anomalia tutta pratese delle rimesse degli immigrati nei paesi di origine si spiega, per ora, con due concetti: denaro contante e posizione baricentrica.
L’anomalia, segnalata da tempo, è stata confermata dai recenti numeri della ricerca del Centro Studi Sintesi di Venezia, che si possono riassumere con una cifra: 17.218 euro. E’ l’importo medio che ogni singolo straniero residente in provincia di Prato è riuscito a inviare nel paese di origine nel corso del 2007. A colpire non è solo il valore assoluto, pari allo stipendio annuale di un operaio, ma anche il confronto con le altre province italiane. Basta pensare che gli stranieri di Roma, secondi in questa classifica, hanno inviato in media 5.404 euro e che la media nazionale è di 2.057.
Chiaro che si sta parlando della comunità cinese, perché sono soprattutto gli orientali ad alimentare questo fiume di denaro in partenza da Prato alla Cina. Ed è altrettanto noto che i cinesi hanno una propensione imprenditoriale di gran lunga più forte delle altre etnie e dunque è comprensibile che la loro capacità di accumulazione sia superiore. Quello che non torna, però, sono le proporzioni di questa differenza tra Prato e le altre province italiane. Detta in un’altra maniera, è vero che i cinesi di Prato sono bravi, ma non possono essere così bravi. Per evidenti ragioni economiche e matematiche.
Anche perché non va dimenticato che i 449 milioni di euro di cui è rimasta traccia nell’indagine del Centro Studi Sintesi in partenza da Prato verso l’estero nel 2007 sono solo quelli transitati dai canali di intermediazione regolare (banche, poste, sportelli di money transfer, ecc.). Restano fuori i canali informali (familiari, conoscenti, corrieri, sistemi di trasferimento non registrati) che secondo alcuni analisti potrebbero avere una consistenza pari a quella ufficiale.
La stima pare esagerata, ma resta in piedi il problema fondamentale: di cinesi ce ne sono tanti pure a Milano (anche se con un’incidenza minore rispetto al totale degli stranieri) ma dal capoluogo lombardo escono rimesse annuali medie di 2.598 euro.
E qui arriviamo alle possibili spiegazioni. Secondo stime di chi indaga a vario titolo sui flussi finanziari cinesi, i soldi che partono da Prato verso Pechino non sono accumulati tutti qui. Anzi. Forse due terzi arrivano da fuori: dalle comunità cinesi di Roma, Milano, Napoli, ma anche dal resto d’Europa, Parigi o Madrid.
E perché, dunque, il denaro deve passare dall’imbuto di Prato prima di cadere a pioggia sullo sconfinato paese del dragone? In primo luogo per la posizione baricentrica della città tra le diverse comunità cinesi italiane. Prato è a metà strada tra Milano, Carpi, Ferrara, Roma e Napoli, dove si concentra la gran parte degli orientali che vivono nella penisola.
Questo in realtà spiegherebbe poco, se non ci fosse dell’altro, perché oggi il denaro non ha bisogno di uno sportello per volare all’estero, basta un clic per spostare un milione di euro da Roma e Milano a Shanghai. L’unica spiegazione è che questo denaro, i soldi da esportazione, sia in gran parte denaro contante, banconote fruscianti chiuse in valigette che arrivano allo sportello giusto e spiccano il volo per l’Oriente.
Tutto lascia pensare che a Prato ci sia un canale privilegiato in grado di raccogliere i tanti rivoli della ricchezza prodotta dai cinesi in Italia e destinata ad accrescere la ricchezza di chi è rimasto in Cina oppure conta di tornarci, oppure valuta, non a torto, più redditizio un investimento nel paese di origine.
La scoperta, di cui si è avuta notizia a giugno, da parte della guardia di finanza di uno sportello money transfer cinese in via Filzi che da solo avrebbe gestito trasferimenti per centinaia di milioni di euro da Prato alla Cina potrebbe spiegare molte cose. E’ un’ indagine, quella delle Fiamme gialle, che forse ci dirà perché i soldi passano proprio da Prato, perché sono in contanti e magari anche da dove arrivano.

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