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La mer, la fin...

martedì 17 febbraio 2009

Riflessioni. Dalla partecipazione all’autogoverno territoriale: verso forme di democrazia comunitaria.

6° ASSEMBLEA NAZIONALE DEGLI ENTI LOCALI
DELLA RETE DEL NUOVO MUNICIPIO
Federalismo e territorio, ripartiamo dai municipi
Bergamo 13-14 febbraio 2009

Intervento introduttivo di Alberto Magnaghi

E’ necessario oggi riflettere sul ruolo che vengono ad assumere i percorsi di democrazia partecipativa nel contesto dalle trasformazioni profonde del quadro istituzionale e economico, in primis della crisi del capitalismo globale.
Definirei questo nuovo ruolo ruolo:

Dalla partecipazione all’autogoverno territoriale: verso forme di democrazia comunitaria.


Quali trasformazioni del contesto politico-istituzionale, locale e globale, richiedono oggi l’accelerazione di questo passaggio?
1) A livello locale: progressiva trasformazione dei partiti di massa: fine della rappresentanza sociale di classi, ceti, culture, identità, come concreti canali di trasmissione dal sociale alle istituzioni; verso una rappresentanza di gruppi di interesse, comitati di affari, lobbies, capitale imprenditivo e finanziario, multiutilities; i sindaci diventano esecutori delle grandi strutture finanziarie e produttive espresse dai loro partiti; questa dipendenza comporta perdita di autonomia, perdita di rappresentanza degli interessi collettivi della società locale; la dipendenza rende obbligate le scelte, rende impossibile il dialogo interattivo con la società locale, la mediazione con gli interessi sociali legati al benessere pubblico.
Gli esempi di Firenze (TAV e nuovo stadio) e Montespertoli /Acquabolla), corridoio tirrenico, ecc. Le amministrazioni locali sono ostaggi delle grandi cooperative di costruzione e industriali dei loro partiti (oltrechè degli oneri di urbanizzazione e ICI per far cassa, che li rende oggettivamente complici del blocco immobiliarista).
Da questo contesto nasce, ad esempio in Toscana, una Rete di più di 160 comitati per la difesa del territorio; ma anche la straordinaria diffusione di mobilitazioni nazionali come “Stop al consumo di territorio”.
Più in generale, assistiamo alla crescita di esperienze di autorganizzazione per colmare il vuoto fra società e istituzioni, fra interessi comuni delle popolazioni e interessi dell’economia globale; esperienze che possono o meno trovare sostegno nelle amministrazioni locali, come in Val di Susa; o come nel Mezzogiorno, dove la materializzazione del “pensiero meridiano”(Cassano) si è data in molti casi come insorgenza delle città rurali nella riscoperta identitaria dei luoghi:

“Gli episodi di insorgenza si sono svolti al di fuori di ogni scambio mercantile, di qualunque calcolo economico, qualsiasi attesa di miglioramento salariale: tutti hanno tratto la loro origine dalla singolarità dei luoghi e da un comune sentimento di cura per essi, da una relazione collettiva con i paesaggi, in breve dal “genius loci”. (Piperno 2008)

2) A livello globale: finanziarizzazione del capitale, globalizzazione economico finanziaria, concentrazioni bancarie, multiutilities: allontanamento crescente e autonomizzazione degli interessi del profitto e delle forme di organizzazione del capitale finanziario che si sgancia dai settori produttivi; il che ha prodotto in particolare: la mercificazione totale della riproduzione della vita, la caduta del benessere del cittadino medio (concentrazione della ricchezza, polarizzazione sociale, indebolimento del collettivo). La crisi economica e la recessione mondiale hanno messo a nudo l’allucinante disegno del capitale: autonomizzazione da produttori e consumatori: anche l’impresa di produzione diventa merce.

“L’impresa privata che produce merci non è più -come sarebbe per sua natura- un’associazione di produttori, se pur caratterizzata da asimmetria nel potere di decisione fra l’imprenditore e i lavoratori dipendenti, ma una merce essa stessa, che si compra e si vende liberamente nel supermercato finanziario, a prescindere dalle esigenze, dalle aspettative e dalle speranze dei lavoratori dipendenti e più in generale della società civile in cui è inserita” (Becattini, 2008)

Di fronte a questa doppia trasformazione si verificano nel locale (istituzionale e sociale) due movimenti contrapposti:
a) crisi dei municipi e del neomunicipalismo, nato a Porto Alegre con la Carta del nuovo municipio e sviluppatosi con l’ARNM:
-crisi fiscale ( che provoca complicità oggettiva dei comuni con il capitale immobiliare, intrecci con i partiti degli affari, ipoteche di beni comuni con “fondi spazzatura”, ecc);
-crisi da regime consociativo (dipendenza delle amministrazioni dal capitale finanziario e dalle multiutilities governate dai partiti);
-crisi da cultura dello” sviluppo”: crescita concepita attraverso grandi opere, grandi infrastrutture, grandi urbanizzazioni, progetti sul territorio e non del territorio;
-degenerazioni corruttive dilaganti;
Sono pochi i municipi che resistono a questa molteplice tenaglia, che ha reso difficile la crescita di processi partecipativi, con la conseguente crisi del progetto di federalismo municipale solidale che si poggia su un municipio in grado di essere espressione della società locale attraverso un allargamento della governance alle rappresentanze dei soggetti deboli e l’attivazione di cittadinanza attiva, con lo sviluppo di processi di democrazia partecipativa e comunitaria, per la valorizzazione del territorio come bene comune;

b) crescita della coscienza di luogo
La finanziarizzazione del capitale e la crisi della finanza globale, con il crescente e vertiginoso allontanamento dei centri di decisione dai luoghi di vita, di lavoro e di consumo, ha fatto cambiare a molti soggetti ottica interpretativa sullo sviluppo locale: è nelle grandi crisi, come quella odierna, nella quale per la prima volta dopo la caduta del muro di Berlino entra in crisi la mission del capitalismo, che può darsi cambiamento.
Mentre le ricette anticrisi si ripetono come farsa dell’epoca keynesiana ( i neoliberisti d’oltre oceano e nostrani corrono ora a finanziare con la spesa pubblica grandi imprese e grandi banche, le stesse che hanno prodotto la crisi globale: una specie di welfare state per il grande capitale), cresce la consapevolezza della necessità da parte della collettività di riappropriarsi della soggettività economica dell’impresa, dei saperi riproduttivi, di forme di sovranità locale, attraverso l’attivazione di nuove forme di democrazia e di gestione dei beni comuni; non solo, ma nella pubblicistica politica e economica l’”arretratezza” e il “provincialismo” del capitalismo nostrano (piccole banche, casse di risparmio, casse artigiane, piccole imprese, artigianato, cultura distrettuale, made in Italy) diviene un valore di difesa dalle tempeste del capitale finanziario globale.

“L’Italia. è fortunatamente “troppo arretrata” sulla via della globalizzazione capitalistica per risentire in pieno le conseguenze della crisi americana. Le sue piccole e medie imprese, ancora per lo più famigliari, non reagiscono alle difficoltà finanziarie, secondo manuale, smobilitando e trasferendo i capitali nei luoghi più al riparo dallo tsunami americano, ma, al contrario, intensificano i loro sforzi per andare oltre ‘a nuttata”. (Becattini 2008)

Il territorio, con il suo “milieu” pullulante di soggetti socioeconomici, può divenire luogo di difesa dalla crisi valorizzando le potenzialità e le peculiarità identitarie dei patrimoni locali: meno affidamento nell’economia finanziaria che nessuno controlla e più rivalutazione delle imprese del territorio, nel territorio, per il territorio e il benessere della società locale.
In questo contesto assume un ruolo nuovo l’agricoltura non omologata ai modelli urbano-industriali, costituita da aziende solo parzialmente integrate nel mercato, che hanno mantenuto reti informali di valorizzazione del territorio: saperi locali e capitale sociale distrutti totalmente nella “fabbriche verde”; capitale sociale che oggi si rivela prezioso nei nuovi processi di sviluppo che richiedono qualità del paesaggio e biodiversità, qualità del contesto di vita delle popolazioni urbane e rurali; peculiarità e autodeterminazione degli stili di vita, valorizzazione dei patrimoni culturali, delle tradizioni, dei beni relazionali (reciprocità, dono, conoscenza diretta).
Parte dunque dai nuovi agricoltori, che producono anche beni e servizi pubblici, la crescita di coscienza di luogo:

“La coscienza di luogo si può in sintesi definire come la consapevolezza, acquisita attraverso un percorso di trasformazione culturale degli abitanti, del valore patrimoniale dei beni comuni territoriali (materiali e relazionali), in quanto elementi essenziali per la riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale. In questa presa di coscienza, il percorso da individuale a collettivo connota l’elemento caratterizzante la ricostruzione di elementi di comunità, in forme aperte, relazionali, solidali”( Magnaghi 2007).

Le condizioni del neomunicipalismo.
Questa crescita di coscienza comunitaria è la condizione per lo sviluppo della società locale in forme solidali che richiede di:
- promuovere il rafforzamento di sistemi economici locali, per una “globalizzazione dal basso” come rete federativa e non gerarchica di luoghi ( città, microregioni, distretti, regioni) in grado di incrementare lo scambio sui mercati globali di ciò che solo in quel luogo si può produrre valorizzando culture, saperi, paesaggi locali (dalla competizione alla cooperazione);
- sviluppare la domanda di reti locali di mutuo soccorso;
- alimentare i sistemi economici locali con le reti del “nuovo mutualismo”: commercio equo, finanza etica, cooperazione popolare internazionale, Gas, banche del tempo, monete locali complementari (Tonino Perna).
- diffondere le reti corte fra produzione e consumo, riducendo la mobilità, la velocità, favorendo stili di vita più lenti, aumentando l’attenzione e la cura dei valori tipici dei singoli luoghi;
- valorizzare le risorse ambientali locali per produrre energia, acqua, cibo, informazione, cultura;
- finalizzare le politiche dei governi locali alla valorizzazione dei beni comuni e del benessere: i sistemi economici locali come mezzo per realizzare il fine del benessere: dalla joie de vivre di Georgescu Roegen al buen vivir dei popoli indigeni sudamericani.
Le trasformazioni e i cambiamenti in questa direzione non possono più essere delegati al sistema economico-finanziario globale, ma a un processo di autonomizzazione e autogoverno della comunità locale in rete e di riproposizione ai municipi di forme di governo autonome dalle dipendenze del sistema partitico-economico. E’ necessario sottrarre quote crescenti della vita quotidiana, produttiva, riproduttiva e di consumo, all’eterodirezione globale, e rimetterla sulle gambe degli abitanti- produttori locali.
Il primo passo è la ricostruzione, negli abitanti, di saperi contestuali per la riproduzione dei mondi di vita: saperi agricoli, saperi ambientali, saperi artigiani, saperi relazionali, saperi artistici; culture locali, identitarie, paesaggistiche ( ecomusei, mappe di comunità);
- il secondo è la necessità di reti e di relazioni multiscalari per affrontare la capacità di autogoverno e sovranità riproduttiva.

“La politica come autogoverno del comune, piena autonomia della città” (Piperno 2008).

Sottrarre poteri alle trasnazionali, marginalizzzarle, allontanarle, condizionane le strategie, erodendo i loro poteri nella riorganizzazione autonoma della vita quotidiana, sottraendo al mondo delle merci quote crescenti della riproduzione individuale e sociale.
Dalle mappe di comunità di Monterspertoli (Fi): rifiuto di divenire periferia della metropoli; sviluppo della piccola impresa famigliare in agricoltura, valorizzare il territorio e il paesaggio per abitarlo.
A proposito dello sciopero dei camionisti, Carlo Petrini ha scritto su La Repubblica:

“….Ma tra le tante interviste televisive alcune hanno fatto centro, sia pure senza saperlo. In un mercato rionale di Roma i giornalisti hanno cercato di indagare sulla situazione delle vendite al dettaglio di generi alimentari. I venditori quasi si scusavano: «Oggi c'è poco, è arrivata solo la roba locale per via dello sciopero dei Tir...». La telecamera si è allargata su una specie di Bengodi di verdure di stagione, locali, un commestibile giardino d'inverno ricco di tutti i colori, i profumi e i sapori che l'agro romano può offrire. Mancavano le banane, i manghi, le fragole? Evviva. Mancavano i gamberetti del Pacifico e la polpa di granchio? Perfetto.
Certo Roma ha intorno a sé un'areale agricolo che altre città non possono nemmeno sognare. Però usiamo questa vicenda come il paradigma della storia che stava nascosta dietro i Tir, perché non ci sono solo le grandi città, in Italia; ci sono centinaia di città piccole e medie che hanno i campi e gli orti appena fuori dal centro storico.
Le economie locali non le fermi tanto facilmente, perché non hanno molti bisogni. Chi ha molti bisogni ha molti padroni.
Le economie locali sono libere perché sono piccole e agili. Perché sono adattabili e flessibili. E sono così perché hanno un alto tasso di biodiversità e perché la soddisfazione delle loro esigenze è al centro di un sistema paritario, di dare e avere, che invece non può essere il paradigma della grande distribuzione. Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero”.

Si precisano qui nuovi compiti dei municipi nel promuovere i nuovi ruoli dell’agricoltura e il ripopolamento rurale come esempio di crescita dell’autosostenibilità locale nella crisi:
- riscoprire in ogni comune e favorire l’agricoltura famigliare, cooperativa, di piccola scala, per privilegiare i mercati locali rispetto a quelli di esportazione; (valga l’esempio delle esperienze messicane di aiuti alla crescita di imprese biologiche, alla commercializzazione di prodotti locali, di crescita di reti di piccoli produttori per la commercializzazione di produzioni agroalimentari tipiche, ecc.);
- è questa agricoltura che è in grado di realizzare la multifunzionalità: oltre a produrre cibo di qualità, produce qualità ambientale e paesaggistica, biodiversità, salvaguardia idrogeologica, qualità urbana, fruizione degli spazi aperti, mercati locali, ecc. Finanziare dunque, con i piani regionali di sviluppo, la multifunzionalità;
- realizzare un concetto non economicista della funzionalità, che incorpora i valori relazionali, i modelli sociali e gli stili di vita (economia della conoscenza, agricoltura sociale, funzioni terapeutico riabilitative, funzioni ambientali, ecc);
- valorizzare il patto città-campagna non solo legandolo al cibo e all’ambiente, ma al miglioramento qualitativo della vita urbana per gli effetti socioculturali della fruizione dei parchi agricoli, dei mercati locali, delle mense pubbliche nella città;
- valorizzare il patto città-campagna nello sviluppo di filiere corte, di progetti energetici locali, nella valorizzazione delle risorse patrimoniali, nella formazione di distretti produttivi multisettoriali integrati;
- sviluppare la cooperazione agroalimentare decentrata: promuovere reti transnazionali di “federalismo alimentare” (vedasi Terra Madre); come scrivono Sachs e Santarius (2007):

“…non è scritto nelle tavole della legge che il commercio fra paesi confinanti debba necessariamente essere animato dalla ricerca del profitto…E se i paesi del Sud del mondo abbandonassero la competizione nel commercio estero, tessendo accordi regionali il cui obiettivo è favorire gli scambi di solidarietà?”

La precondizione: il blocco del consumo di suolo come condizione della valorizzazione dell’agricoltura multifunzionale e dell’elevamento della qualità della vita urbana (vedi manifesto del movimento: “Stop al consumo di territorio”).
In conclusione: “archeologia dello sviluppo” (Sachs), “sopravvivere allo sviluppo” (Shiva), “sganciamento dal mercato mondiale” (Amin), “decrescita” (Latouche), “municipi autonomi” (movimento zapatista), esperienze di democrazia partecipativa e di autorganizzazione sociale, rappresentano ormai suggestioni di un lungo percorso teorico-pratico del ritorno al territorio, come marcia di allontanamento dalla dipendenza dal capitale globale attraverso la riappropriazione molecolare e locale dei fini e dei mezzi della produzione di beni e di riproduzione della vita.
In questo percorso il rapporto fra movimenti e municipi attraverso forme di democrazia comunitaria

“le comunità sembrano un’alternativa perché in esse si ristabilisce l’unione fra la politica e il luogo”-(Esteva 2009)

e di federalismo municipale solidale (Ferraresi 2007) è il tema centrale della ricerca di nuove forme della politica verso l’autogoverno delle comunità locali.
Il tema della partecipazione, attraverso il bilancio partecipativo, ha avuto grande impulso dal World Social Forum di Porto Alegre (2001).
Il tema dell’autogoverno può avere forte impulso dalle suggestioni del WSF di Belem (2009), dai movimenti rurali e urbani a base comunitaria del Sud America che autorganizzano la produzione e riproduzione della vita della famiglia e della comunità in forme solidali e non mercificate, e sviluppano i poteri dei municipi autonomi, poteri incarnati nei territori attraverso l’ autoproduzione di case, servizi, imprese produttive, ecc. (Zibechi)

L’insegnamento del Sud del mondo continua.

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