TANTI INTERESSI PRIVATI NON FANNO UNA CITTA'!

La mer, la fin...

mercoledì 14 gennaio 2009

Riflessioni. La crisi e il suo "doppio"

La crisi E IL SUO «DOPPIO»

Una «riconversione sociale» per uscire in avanti dal crack economico in corso. Fondata sulla partecipazione e la sperimentazione di un modello politico che mette a valore i conflitti
Guido Viale

Alla crisi finanziaria in corso - la maggiore dell'ultimo secolo - sta seguendo, come era inevitabile, una contrazione della domanda e della produzione, con conseguente crisi occupazionale. Sullo sfondo sono già all'opera, però, una crisi ambientale anche maggiore, che si manifesta - ma non solo - nei mutamenti climatici indotti dai combustibili fossili, e il picco prossimo venturo del petrolio. L'importanza del petrolio nei processi produttivi (fonte energetica e materia prima), negli usi civili (riscaldamento e generazione elettrica), in agricoltura (fertilizzanti e carburanti), nel trasporto, e l'impossibilità di sostituirlo con fonti di pari potenza e versatilità rendono drammatica questa strozzatura.
Il mondo di domani non assomiglierà a quello di oggi e non uscirà da queste crisi senza profonde modifiche di equilibri internazionali e assetti interni, il cui esito è esposto a gravi rischi: migrazioni di massa, guerre, carestie, dittature, svolte autoritarie, aumento di discriminazioni ed emarginazione, rancore sociale. Una riconversione di apparati produttivi, modelli di consumo e distribuzione delle risorse a livello internazionale e interno è ineludibile.
Ma per imprimerle una direzione sostenibile occorre attrezzarsi e definire per tempo orientamenti e indirizzi condivisi da larghe maggioranze di soggetti e gruppi sociali eterogenei che delineino almeno l'embrione di un programma. Si tratta di un bagaglio in larga misura già disponibile.

Passi obbligati
Primo: passaggio da un'economia dei combustibili fossili a un mix di fonti diverse, in cui prevalgano le rinnovabili; passaggio indissolubile da un impegno nell'efficienza energetica per eliminare ogni fonte di spreco.
Secondo: accrescimento, almeno uguale all'aumento della produttività del lavoro perseguito e realizzato negli ultimi due secoli, della produttività delle risorse (fattore 10): contenimento dei consumi superflui, allungamento della vita dei prodotti, riduzione del loro peso e ingombro, riciclo degli scarti della produzione e del consumo (rifiuti zero), passaggio da un'economia del possesso di beni a un'economia dell'accesso a servizi.
Terzo: riforma della mobilità di persone e merci; riduzione delle distanze da percorrere, specie nell'approvvigionamento di materie prime e semilavorati (riciclo e agricoltura di prossimità) e nei movimenti pendolari (densificazione urbana), riduzione del numero degli spostamenti richiesti (servizi on-line: bit al posto di atomi), potenziamento di trasporto pubblico, intermodalità e mobilità flessibile (cioè condivisione del veicolo da parte di passeggeri e merci che effettuano percorsi compatibili per origine, destinazione e orari: trasporto a domanda e city-logistic).
Quarto: sicurezza alimentare (agricoltura biologica, rispettosa della biodiversità e degli equilibri ambientali, diversificata, multifunzionale, di prossimità ai centri di trasformazione e di consumo degli alimenti: chilometri zero). Quinto: lotta al dissesto idrogeologico del territorio e riassetto dell'impianto urbano dei centri abitati: policentricità, accessibilità, vivibilità, cultura della manutenzione. Prioritaria la ricostruzione di reti idriche efficienti, differenziate per i diversi usi della risorsa, gestite nell'interesse della collettività.
Infine, riqualificazione dell'educazione: nuovi contenuti e metodologie, integrando le istituzioni dedicate (scuola, università e centri di formazione) con l'educazione continua nei luoghi di lavoro e il recupero di un ruolo formativo dei mezzi di comunicazione: radio, stampa, Tv, internet.

La mano pubblica....
Processi così impegnativi non possono essere avviati senza meccanismi, estesi a tutti i soggetti interessati, di salvaguardia di un reddito adeguato a sostenere costi e modalità del passaggio dai settori dismessi alle nuove attività. Questi meccanismi, insieme agli strumenti di promozione dei nuovi interventi, dovranno in gran parte far capo alla finanza pubblica: con imposizioni fiscali aggiuntive, fondi sottratti ad altre destinazioni o in deficit spending. Gli stanziamenti destinati a coprire i default finanziari di banche, fondi e aziende non muovono l'economia perché vengono utilizzati a saldo di debiti già contratti o immobilizzati in attesa di farvi fronte.
Le riduzioni fiscali per chi ha capacità di risparmio - la panacea dei liberisti di ogni scuola - fanno la stessa fine: non alimentano domanda aggiuntiva, che può essere sostenuta solo dall'integrazione dei redditi più deboli, che si traduce subito in spesa, o dal finanziamento di progetti cantierabili.
Finché il sistema finanziario non tornerà a immettere risorse in quello produttivo il deficit spending, anche oltre i vincoli istituiti in un contesto completamente diverso, non crea inflazione.

...che si muove dal basso
I governi centrali e i grandi gruppi multinazionali sono assolutamente inadeguati a gestire o dirigere processi del genere: le competenze del ceto politico e del management aziendale hanno dato pessime prove di sé in tutto il mondo; inoltre, tutte le misure indicate richiedono un diverso tipo di regia: sono interventi diffusi, altamente differenziati, legati alla specificità del territori e dei contesti; per essere efficaci richiedono sì risorse cognitive specialistiche - ormai largamente diffuse in segmenti specifici di ogni comunità - ma soprattutto conoscenze pratiche del contesti sociali che ha solo chi vive e opera al loro interno. Ma interventi di questo genere corrispondono meglio anche ai caratteri di flessibilità, diffusione territoriale, adattamento e inventiva nelle applicazioni che avevano fatto la forza del tessuto produttivo italiano e possono ora tornare fattori di competitività internazionale, garantendo posizioni che non possono essere difese con le compressioni retributive o la libertà di inquinare sostenute dall'attuale leadership confindustriale e dal governo.
L'efficacia della riconversione ambientale richiede contributi - alla progettazione, alla gestione degli interventi, al controllo dei processi - inediti; fondati sulla partecipazione di tutte le componenti potenzialmente interessate al cambiamento: l'associazionismo civico e ambientalista, le organizzazioni di base dei lavoratori, i centri sociali e i movimenti che hanno animato il panorama dello scorso decennio; ma anche gli esponenti più impegnati della amministrazioni locali - soprattutto dei centri piccoli e medi - che sono spesso l'ultimo residuo istituzionale di autonomia dallo strapotere degli apparati statali e dei grandi gruppi; e l'imprenditoria, attiva o potenziale, interessata a intraprendere nei settori orientati alla sostenibilità.
Tutte e tre queste componenti sono indispensabili: non si riconverte l'economia senza imprese e imprenditoria - pubblica, privata o sociale - né senza avallo e coinvolgimento dei governi locali, né senza i saperi e l'impegno che solo gli strumenti partecipativi possono attivare. Questo non significa mettere da parte la conflittualità tra le diverse componenti di questa aggregazione (tra lavoratori e imprese; tra comunità e governi locali; tra imprenditoria e amministrazioni pubbliche), che è sempre la radice ultima di ogni trasformazione. Tuttavia, al di là - o al di qua - di questa conflittualità, esiste quasi sempre un tratto di strada condiviso che può essere percorso insieme. Non si tratta nemmeno sostituire - con un embrione di governo alternativo - gli istituti della democrazia rappresentativa, peraltro sempre più vuoti e sclerotici; bensì di integrarli - anche, e forse soprattutto, in forme conflittuali - con risorse, saperi e impegni che quelli non sono più in grado di mobilitare. La partecipazione di queste componenti colloca progettazione, gestione e controllo degli interventi sul terreno poco praticato della negoziazione sociale: un meccanismo aperto agli apporti - la difesa degli interessi; ma anche la messa in comune di risorse, soprattutto cognitive - di ogni nuovo stekeholder. Ciò le differenzia dagli schemi fondati sulla cogestione - o anche sull'autogestione - che tendono invece a rinchiudere ognuna delle attività o dei progetti partecipati all'interno di una logica di mercato; che necessariamente li mette in competizione gli uni con gli altri.

Obiettivo partecipazione
Le Agende 21 locali, spogliate dei loro connotati ritualistici, sono forse l'organismo più prossimo al modello di partecipazione ai processi decisionali che la crisi in atto mette all'ordine del giorno. Funzioni analoghe possono essere sviluppate da Consulte locali o da organismi come il Forum campano che si è cercato di istituire - senza successo, per un deficit culturale dei partecipanti - per promuovere il superamento dell'emergenza rifiuti. Poco conta se questi organismi si sviluppano per aggregazione dal basso o vengono istituiti dall'alto. Importante è che il loro funzionamento si uniformi a tre regole generali. Primo, l'agenda dei temi presi in esame deve essere decisa autonomamente e non dettata o selezionata dall'alto, come succede invece nelle leggi e nei procedimenti di consultazione che si ispirano al modello del Débat public francese. Secondo, questo comporta che l'organismo abbia una sua continuità nel tempo, strumento di maturazione (cioè di formazione di una nuova classe dirigente) e di affermazione di una propria autorevolezza, e non si ricominci da capo ogni volta che viene posto all'ordine del giorno un nuovo tema; certamente i soggetti coinvolti nel processo potranno cambiare di volta in volta, a seconda dei temi o dell'ambito territoriale interessati, ma con un nucleo permanente che dia continuità al processo. Terzo, deve essere garantito l'equilibrio tra le tre componenti: imprese, istituzioni e associazionismo, evitando sterili lotte per l'egemonia.

Nessun commento: