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La mer, la fin...

giovedì 8 gennaio 2009

Guerra. Perché noi ebrei siamo andati e andremo alle manifestazioni

riceviamo e pubblichiamo
MV

Perché noi ebrei siamo andati e andremo alle manifestazioni

In margine alla marce di sabato a Roma e altre città per chiedere la fine dell'attacco israeliano a Gaza
Ester Fano
Sveva Haerter
Claudio Treves

Non andare al corteo per la Palestina che si è svolto a Roma sabato scorso, per chi come noi per anni si è speso in prima persona per una pace giusta in Israele e Palestina, era praticamente impossibile.
In piazza fin dal primo momento ci siamo sentiti abbastanza a disagio perché, come lamenta Manuela Cartosio (lettera su il manifesto di ieri), tra slogan e striscioni prevalevano quelli che richiamavano la Jihad, le organizzazioni islamiche, i cartelli con stelle di David equiparate a svastiche, e così via. Nonostante il disagio siamo rimasti fino alla fine del corteo, perché il motivo di tutto questo è chiarissimo ed è il vuoto politico intorno alla questione palestinese che dall'inizio della seconda Intifada non fa che crescere costantemente sia in Italia che altrove.
Di fronte a quello che sta succedendo - e che nessuno si lamenti di un uso «propagandistico» delle immagini dei bambini morti, fino a quando c'è chi ne fa strage - chiediamo chi altro era visibilmente in piazza. E che qualcuno risponda se può.
Che risponda quella sinistra che ha apprezzato il «valore» del ritiro unilaterale da Gaza, come se non fosse stato ovvio che non poteva che produrre isolamento, assedio e crisi umanitaria in quel fazzoletto di terra in cui sono stipati 1.5 milioni di persone senza alcuna via di fuga e che questo avrebbe via via condotto anche alla delegittimazione dell'Anp e alla vittoria di Hamas. Che risponda chi parla di equilibrio e di equidistanza di fronte ad un'azione di guerra - più sporca che mai - come quella cui stiamo assistendo. Abbiamo scritto su il manifesto dell'inopportunità di evocare la Shoah nel contesto del conflitto israelo-palestinese, ma di fronte alla teoria che ogni edificio, non importa se scuola, ospedale, moschea o di un'istituzione internazionale, può diventare «ricettacolo di terroristi» ergo bersaglio da abbattere, come non rabbrividire constatando che si sono assunti gli stessi criteri usati per ogni esecuzione di massa? Che risponda chi parla di autodifesa da parte di Israele.
C'è ancora qualcuno disposto a costruire una mobilitazione ampia e partecipata, sulla base di parole d'ordine chiare e condivise che condannino con nettezza questo massacro, l'inettitudine del governo italiano e della comunità internazionale, che dica finalmente che 2 popoli-2 stati significa innanzitutto un trattato di pace definitivo tra Israele e l'Anp, con contestuale risoluzione dei 3 nodi irrisolti (definizione dei confini, ritorno dei profughi, statuto di Gerusalemme), ma anche non ingerenza nelle rispettive vicende interne, pur constatando con angoscia che il fanatismo procede a passi da gigante in entrambi??
Speriamo di sì e speriamo che si faccia vivo presto, anche se probabilmente è già tardi. Nel frattempo, visto che non abbiamo molta scelta, continueremo a partecipare alle manifestazioni che ci sono, anche provando disagio, magari con un groppo in gola, perché crediamo che quel disagio sia un lusso che oggi nessuno si può permettere. Soprattutto a sinistra.

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