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La mer, la fin...

martedì 16 giugno 2009

Oltre il giardino. Salviamo gli Appalachi

Da il Manifesto
articolo di Patrizia Cortellessa
Martoriati Appalachi

«Gli abitanti degli Appalachi hanno sacrificato tutto, anche le loro vite, per l'energia in America. Dobbiamo fermare il prelievo di carbone dalle cime dei nostri monti e passare ad una fonte di energia rinnovabile che preservi la nostra terra e garantisca i nostri diritti e la nostra cultura di montagna». A parlare è Maria Gunnoe, statunitense, una delle sette vincitrici del Premio Goldman Environmental 2009, considerato il Nobel per l'attivismo nel settore ambientale, che ha appunto ricevuto il riconoscimento per il suo tenace impegno in difesa della catena montuosa degli Appalachi, in West Virginia, contro gli effetti devastanti dovuti all'estrazione mineraria di carbone. Il premio le è stato conferito a San Francisco nell'aprile scorso, ma la storia della decapitazione delle vette degli Appalachi, catena montuosa per epoca geologica più antica d'America, è uno scempio che si consuma ormai da tempo.
Ricoperti da fitte (ex) foreste e ricchi di giacimenti di ferro, antracite, zinco e carbone, attraversati da numerosi fiumi, gli Appalachi raccontano purtroppo storie diverse da quelle illustrate da vecchi atlanti geografici. Perché per arrivare a quel maledetto «re carbone», di cui i monti sono ricchi, il primo passo compiuto da compagnie minerarie senza scrupoli - dopo aver tagliato gli alberi - è quello di far saltare in aria le cime. E il potente esplosivo usato quotidianamente lascia dietro sé profonde voragini. E ferite incurabili. Poi arrivano le ruspe, che scavano comodamente fino ad arrivare al carbone. I detriti, spinti dai camion, riempiono la valle e seppelliscono i torrenti, mentre bosco e sottobosco - non bisogna dimenticare la fase del lavaggio del carbone - si trasformano in immense distese di fanghi inquinanti e tossici.
Conclusione? Devastazione degli ecosistemi e sconvolgimento della vita degli abitanti, sempre più spesso costretti ad andarsene, invitati a farlo dalle stesse compagnie minerarie, che possono così rilevare le loro case per quattro soldi. E la devastazione della geografia del territorio è causa di alluvioni e frane in caso di pioggia, come quella che ha interessato la contea di Mingo (West Virginia) nel 2004, ad esempio, quando un fiume di acqua nera affogò la vallata sottostante. Finora - secondo le numerose associazioni ambientaliste che si battono da anni contro lo spianamento di quelle montagne - sembra siano andati distrutti più di 4 mila miglia di fiumi e torrenti. Ma «la resistenza continua», è l'appello che si può leggere sul sito www.mountainjustice.org, sul quale si possono trovare gli ultimi aggiornamenti sulle mobilitazioni di questi giorni in difesa degli Appalachi, all'interno dell'operazione «Appalachian Spring» (Primavera degli Appalachi). Quindici gli attivisti fermati durante le ultime proteste, alcuni dei quali sono stati rilasciati solo qualche giorno fa, dopo aver dovuto pagare una salatissima cauzione. Mobilitazioni, queste ultime, cui ha partecipato anche l'ex congressista democratico Ken Hechler, 94 anni, sin dagli anni '60 fermo oppositore dell'estrazione mineraria sulle cime degli Appalachi. A favore di una soluzione «che fermi il prelievo del carbone, preservi la terra e garantisca i diritti e la cultura di montagna», come auspicato da Gunnoe - si levano non solo le voci della montagna. Ora sono in molti a sperare in fonti energetiche alternative, cioè in quelle energie rinnovabili annunciate e promesse dal presidente Obama. Nell'attesa, su quelle antiche e martoriate montagne, la resistenza continua.

1 commento:

Anonimo ha detto...

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